Guerra tra toghe – Copyright MMD

(tratta dal blog Sergio Bortotto)
(tratta dal blog Sergio Bortotto)

Domi militiaeque magistratus se gerere aeque opus est. In sintesi, gli antichi romani non avevano capito nulla di ciò che è diventata soltanto una parola vacua, all’occorrenza usata come randello per minacciare qualche povero Cristo. Ti viene in mente così una vignetta con Gesù accanto a Ponzio Pilato, che pronuncia una frase ormai tanto di moda, ma alla quale nessuno sembra più credere, compreso chi la pronuncia: Ho fiducia nella magistratura!

Quale magistratura? Quella delle correnti del caso Palamara?  Quella che stando alle parole del pm Luigi Spina, all’epoca consigliere del Csm, vedeva nel magistrato Marcello Viola “l’unico che non è ricattabile”, e nonostante ciò fatto fuori (e se fossi Andreotti, direi ben altro) dalla corsa, già vinta, al vertice della Procuratore Roma?

Del resto, come potevano gli antichi romani immaginare che la guerra interessasse direttamente il mondo delle toghe, con buona pace per la giustizia? Neppure loro – che pure alle congiure erano avvezzi – osavano immaginare tanto. Il caso Palamara, seppure è servito a dimostrare che gli ingranaggi correntizi determinano le carriere dei magistrati, a prescindere da titoli e qualità, da solo non è sufficiente a mettere sotto i riflettori quella guerra in atto già da tempo, in un contesto di forti tensioni, all’interno della quale si sono mossi investigatori e inquirenti.

Una sorta di incantesimo malefico, una guerra ad personam, senza esclusione di colpi, che intimorisce  anche quanti (e sono molti) si dedicano con onestà e generosità a un lavoro sempre più difficile, consapevoli del fatto che chi si ribella paga sulla propria pelle.

2015 – Cieli della Sicilia. Su un elicottero della Guardia di Finanza si trovano Maria Teresa Principato e Marcello Viola, rispettivamente ex procuratore aggiunto di Palermo e procuratore capo di Trapani. Con loro, il colonnello Francesco Mazzotta e Calogero Pulici, appuntato della Guardia di Finanza.

I quattro si conosco bene. Pulici è l’assistente della Principato, il colonnello, suo superiore, conosce l’appuntato e i due magistrati, tanto da frequentarli anche in altre occasioni, ed è consapevole del fatto che stanno svolgendo insieme delle indagini. Non può non esserlo, visto che in elicottero non ci si incontra per caso, né si usa il mezzo per le gite domenicali fuori porta. Chi altri sapeva della collaborazione tra i due magistrati?

La Guardia di Finanza di Palermo certamente, visto  durante quel periodo ha il compito di tradurre l’ex pentito Giuseppe Tuzzolino ogniqualvolta lo stesso deve essere interrogato. I finanzieri assistono agli  interrogatori che vengono verbalizzati da Pulici. Gli ultimi interrogatori di Tuzzolino, si tengono proprio nella caserma della Guardia di Finanza, nella stanza del colonnello Mazzotta, alla presenza di entrambi magistrati. E la Procura? È impensabile che non ne sia a conoscenza. Molti degli atti arrivano anche ai vertici.

Poi accade l’imprevedibile. Da Palermo parte un’inchiesta che porta alla perquisizione di Pulici da parte della Guardia di Finanza, comandata dal colonnello Mazzotta, perché nella disponibilità dell’appuntato ci sono beni materiali e non materiali della Procura. E se Palermo è la capitale della mafia, non può non entrarci la mafia. Per motivare dunque la perquisizione, nulla di meglio di aggiungere quello che ormai sembra diventato l’ingrediente principale delle pietanze palermitane, il prezzemolo, nel caso di pietanze giudiziarie, quell’articolo 7 che fa riferimento all’aver agevolato la mafia.

La mafia in Sicilia c’entra ovunque. Racket, omicidi, traffico di stupefacenti, prostituzione, riciclaggio e gioco d’azzardo. Ma te la trovi anche al bar, nel bicchiere della minerale, nel caffè, persino tra i capperi e le lumache che si vendono ai bordi delle strade. Un ingrediente buono per sequestrare beni, salvo poi restituirli dopo aver messo sul lastrico le aziende (Saguto),  ma anche per garantire quello che ormai sembra un marchio registrato che non tutti possono adoperare.  Il “Copyright MMD”, le indagini sul latitante Matteo Messina Denaro, che un anno sì, e quello successivo pure, da 27 anni a questa parte hanno portato ad annunci trionfalistici sulla sua imminente cattura. Solo agli annunci, però, che per la cattura forse si aspetta che se ne faccia vanto un prossimo Calcara che a suo dire, fece catturare Francesco Messina Denaro, o forse il fantasma del boss, poiché in vita non venne mai catturato. Chi sa chi sarà il prossimo ghost buster che darà la caccia allo spirito di Matteo.

L’esito della perquisizione a Pulici, permette agli inquirenti di fare strike. L’appuntato ha infatti inviato a Viola un messaggio nel quale fa riferimento a una pendrive che sarebbe pronta.  Già, nessuno sapeva della collaborazione tra i due magistrati, tutti ignoravano chi fosse Pulici, quali indagini facessero la Principato e Viola. Lo ignoravano – oltre che in Procura – anche i vertici della Guardia di Finanza di Palermo. E la gita in elicottero? Forse l’improvviso desiderio di un gelato. E la presenza durante gli interrogatori? Chi può saperlo, magari è stato un caso. Trasferimento degli atti, per competenza a Caltanissetta, previo articolo 7 per tutti, non solo per Pulici, poiché la presunta violazione del segreto d’ufficio avrebbe favorito la mafia. Quale mafia non si sa, ma una mafia deve per forza esserci, siamo in Sicilia.

Una domanda però sorge spontanea: I vertici della GdF, che pure andavano in “gita” sull’elicottero e partecipavano a incontri, anche non formali, che assistevano agli interrogatori, si accorgevano di quanto accadeva solo a seguito di delega d’indagine? O forse il reato non c’è  e diventa tale soltanto quando si c’è lo strike del messaggio a Viola?

Nelle more, uno scritto anonimo contenente  minacce indirizzate nei confronti dei due magistrati e dell’appuntato, viene sequestrato e sottoposto ad accertamento tecnico irripetibile. La ricerca di tracce biologiche e di eventuali impronte papillari latenti. Un esame al quale possono partecipare solo i consulenti e/o gli avvocati delle parti, ovvero quelli di Viola, della Principato e di Pulici. Cosa non si fa per tutelare due magistrati e un appuntato…

Tutto questo avviene in un periodo durante il quale all’interno della Procura palermitana ci sono forti tensioni. E non solo all’interno della Procura. Persino nella scelta in merito a chi deve condurre le indagini: Carabinieri o Polizia? Una banale questione di antagonismo tra i due corpi, che sembrava risolta con un protocollo d’intesa – che verrà fatto saltare – grazie al quale avrebbero dovuto lavorare insieme. C’è chi dice che era stata persino trovata un’area a questo scopo, l’hangar di Boccadifalco, rimasto poi vuoto.

Dalle accuse vennero tutti assolti. Per ultima, la settima assoluzione di Pulici. Resta un mistero come e perché sparirono dalla stanza della dottoressa Principato  il personal computer  e le due pendrive dell’appuntato, che contenevano tutti i file delle attività di indagini svolte dall’ufficio, coperte da segreto istruttorio, e  documenti top secret che riguardavano la caccia a Matteo Messina Denaro. Fantasmi? Forse sì, i terrificanti fantasmi dei tribunali.

Meno misteriosa invece la maniera in cui vennero cancellati tutti i file contenuti nelle pendrive e negli hard disk sequestrati e poi restituiti dalla Guardia di Finanza all’appuntato, con una clausola riportata nel documento di dissequestro: “Previa cancellazione di tutto!” Non rimane più nulla di quanto era in possesso di Pulici, sull’attività svolta.

togheDurante quel periodo, si rendono vacanti i posti della Procura Generale di Caltanissetta e quello della Procura della Repubblica. Pazienza, un magistrato indagato con l’aggravante dell’articolo 7, per aver favorito la mafia, in quanto con le indagini di cui tutti erano a conoscenza avrebbe potuto interferire con le attività d’indagine della Dda di Palermo, non può presentare la domanda.

Ma da allora ad oggi, la cattura del latitante non è mai avvenuta sempre a causa di chi conducendo indagini che lo riguardano, fosse anche per le stragi del ’92, ha interferito con la Dda che da 12 anni porta avanti un’indagine mai terminata?

Senza il “Copyright MMD” – magari giusto, ma le cui motivazioni a noi profani sono ignote – e con una maggiore collaborazione tra inquirenti e tra investigatori, si sarebbe potuti arrivare a mettere la parola fine alla latitanza del boss stragista del quale ogni anno si preannuncia l’imminente cattura?

Questo non lo sapremo mai, così come non sapremo mai quante volte il famoso latitante ha riso nell’apprendere notizie di indagini, processi e arresti, di quanti favorivano la mafia indagando su di lui.

Gian J. Morici

 

 

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