Mafia: quelle verità sui Messina Denaro dette da Siino e lasciate per anni nei cassetti pieni di sabbia

La mafia , la politica , gli affari e il Metodo Siino che portò la Saiseb a Castelvetrano alla fine degli anni 80

Siino ha parlato in diversi processi delle sue relazioni con la cosca mafiosa di Castelvetrano e  la classe dirigente  che ebbe potere tra gli anni 70 e 90. Nessuno ha mai preso in considerazione le  sue dichiarazioni per anni. Molti furbi che hanno fatto affari con la mafia di Siino, hanno approfittato di queste dimenticanze per farla franca, conservando molti soldi provenienti da quel periodo ricco di commesse pubbliche. Siino  ha gestito per conto dei corleonesi lavori nel Belice per centinaia di miliardi del vecchio conio

 

Angelo Siino nacque a San Giuseppe Jato (Palermo) il  25 marzo 1944. Pentito, a suo tempo mafioso. Mafioso da parte di madre, figlia del boss Giuseppe Celeste (ucciso nel 1921). Consigliere comunale della Dc a San Giuseppe Jato, poi imprenditore (la ditta di famiglia), infine massone, cooptato da Stefano Bontate nella loggia Camea, col grado 33. Ma non affiliato alla mafia ,«sono stato legato-disse in un processo- a Cosa Nostra da un lungo sodalizio, ma non sono un uomo d’onore. Pungiuta, giuramento, patto di sangue… non mi hanno mai affascinato». Amico anche di Giovanni Brusca. Per la mafia teneva i contatti con i politici, specialmente con Salvo Lima. In provincia di Trapani era amico di tanti potenti. Da trapani a Castelvetrano trovava sempre un accordo per fare soldi con gli appalti.

Dietro l’operazione delle fognature Saiseb di Marinella di Selinunte c’era Lui che aveva forti radicamenti con la cosca e la politica di Castelvetrano. L’operazione Saiseb a  Castelvetrano si completò nel 1994 . Il comune di Castelvetrano ha pagato pure un contenzioso di milioni di Euro.

Le tante indagini non hanno mai chiarito chi fossero i punti di riferimento politici di Siino a Castelvetrano.  Di certo , negli anni 80, Siino si relazionava con i Messina Denaro. Era emissario di Riina e come da loro accordi,  primis doveva togliere ogni preferenza a Don Ciccio e a Matteo Messina Denaro . Dopo il loro “Ok”, Siino,successivamente , poteva incontrare imprenditori, politici e burocrati.

l’ex ministro di mafia Siino, secondo alcune relazioni dei Carabinieri dell’epoca aveva trame con il mondo economico e politico di Castelvetrano. Lui ascoltava tutte e pretese: dai soldi per i colletti bianchi alle assunzioni di  dipendenti. Il progetto più grossoi fu con la  Saiseb che lavorava alle nuove fognature di Marinella  . Negli anni 70 e 80 ne furono gestiti altri di appalti. Il sistema decideva anche i tecnici e progettisti. Chi suggeriva questi nomi?

Il rapporto di Siino con Castelvetrano è tutto da decifrare

Siino negli anni ’90 frequentava spesso i covi di don Ciccio Messina Denaro, allora latitante indisturbato.

Ha raccontato infatti che le riunioni avvenivano in tutta tranquillità anche nel periodo della latitanza dell’allora capomafia di Castelvetrano. “Mi stupivo-dirà ai carabinieri- di come non riuscivano ad arrestarlo né a trovarlo i sicari mafiosi di Partanna che a quanto pare volevano ucciderlo, eppure lui a Castelvetrano si muoveva indisturbato”, . E lascia intendere che all’interno delle forze dell’ordine ci fosse una talpa quando racconta di una riunione che doveva concludersi prima delle 13, “perché poi scattavano i posti di blocco”. E in quel periodo secondo Siino ci sarebbero stati gli incontri con il cavalier Carmelo Patti. “L’ho conosciuto, l’ho visto, in una riunione a casa di Filippo Guttadauro con Francesco Messina (capomafia di Mazara del Vallo) erano presenti anche un certo Saverio Furnari, che poi fu quello che mi diede informazioni su Patti e c’erano anche dei personaggi di Campobello di Mazara e alcuni politici locali.

 

Il 23 marzo 2015, Attilio Bolzoni e Francesco Viviano sul quotidiano La Repubblica, parlarono anche di un dossieraggio contro Antonello Montante, e di una sospetta intercettazione o registrazione anonima, captata con sofisticati congegni, e finalizzata a mettere nei guai il leader dell’antimafia dentro Confindustria. Il quale aveva creato una società con la figlia di Camelo Patti per il suo prestigio indiscusso di industriale non mafioso e patron della Valtur, che voleva comprarsi Città del Mare. Venendo perciò in contrasto con la Bertolino e venendo subito dopo rovinato dalle accuse di Siino e della cognata dopo avere dichiarato che non avrebbe costruito due villaggi turistici tra Selinunte e Campobello di Mazara, dove la Bertolino voleva costruire un’altra megadistilleria.

La sua abilità corruttiva fu talmente strategica che fu oggetto di studio anche all’Università di palermo

Siino, riesce a far guadagnare molti soldi ai mafiosi accontentando politici e burocrati

Metodo Siino” («un metodo simile al mestiere più antico del mondo, quello delle signore che battono»): in pratica gestisce i lavori pubblici, organizzando i cartelli tra gli imprenditori, che si mettono d’accordo sull’ammontare di ciascuna offerta nelle gare d’appalto in modo da vincere a rotazione (per l’aggiudicazione erano sufficienti ribassi minimi, anche dello 0,50 per cento). Su ogni opera pubblica era imposta una mazzetta del 4,5 per cento (di cui il 2 per cento andava alla mafia, altrettanto ai politici, e lo 0,50 agli organi di controllo). Secondo Siino prima le mazzette erano prese solo dai politici. «Io mi ricordo che ci fu il fatto che i mafiosi dicevano a un certo punto meravigliandosi: “Si fregano il 3%, il 5% e noi dobbiamo stare qui a guardare, ma siamo pazzi, ma come, ma questi sono più ladri di noi, noi che stiamo a rischiare col fucile in mano e questi che stanno dietro a una scrivania”». Con questo lavoro si guadagna il titolo di ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra.

 

Tesi universitaria

La regolazione mafiosa del sistema degli appalti: dai cartelli “autarchici” al metodo Siino 

La collusione tra produttori, presente in molti rami di attività economica, è particolarmente frequente nel settore degli appalti pubblici: “Rispetto ai consumatori privati, le istituzioni pubbliche sono in numero minore, fanno contratti a lungo termine, sono in genere poco sensibili alla qualità, indifferenti ai prezzi e corruttibili. In breve, esse possono essere facilmente spartite” (Gambetta e Reuter 1995, 117). Per lungo tempo il coinvolgimento della mafia siciliana nel settore degli appalti è rimasta circoscritta alla fase successiva all’aggiudicazione della gara. Originariamente l’organizzazione mafiosa si è limitata alla semplice riscossione della “guardianìa”.[1] Quindi è cominciata l’esazione del pizzo o “messa a posto”, consistente nel pagamento di un prezzo per la protezione, del tutto analoga a quella incassata per altre attività economiche, e la partecipazione di imprese protette dalla mafia al sistema dei lavori in subappalto. [2] Si tratta di un modello di interazione [1] Si tratta dell’assunzione (in qualche caso fittizia) di un membro della famiglia mafiosa come guardiano, una forma velata di estorsione già esistente oltre un secolo fa, come riporta il barone Leopoldo Franchetti nella sua famosa inchiesta del 1876 sulle “Condizioni politiche ed amministrative della Sicilia”.

 Il pizzo, secondo Giovanni Brusca, corrisponde al “cosiddetto 3%, che poi era 2-2.50-1.50” (TPGB 120). Come osserva il collaborante Antonino Giuffré, “Le messe a posto (…) consistono che nel momento in cui un’impresa si aggiudica un lavoro, prima di andare a mettere mano appositamente al lavoro stesso, si deve mettere a posto, sta a significare di andare a cercare una persona che risponde per l’impresa stessa, che garantisca che alla fine o durante il lavoro pagherà la tangente alla zona in cui l’impresa fa il lavoro”

mafia-imprese definito dai magistrati come “parassitario”, dal momento che, al di là della protezione nei confronti di altre richieste estorsive, furti o danneggiamenti, il prezzo pagato ai mafiosi non si estende ad altre prestazioni, né alla regolazione dei meccanismi di aggiudicazione.[1] Il frazionamento territoriale della riscossione rispecchia abbastanza fedelmente l’area di influenza delle diverse famiglie mafiose, salvo occasionali conflitti nelle zone d’incerta competenza.[2]

Naturalmente, al pari di quello che accade in altre realtà territoriali, anche in Sicilia gli imprenditori hanno continuato a imbastire autonomamente, spesso al riparo di un ombrello di protezione politica o burocratica, accordi collusivi per disciplinare l’accesso alle risorse stanziate con gli appalti.[3] Negli accordi di cartello, tuttavia, si presentano condizioni che favoriscono la formulazione di una genuina domanda di protezione: l’elevato surplus ricavabile dalle intese collusive, infatti, è controbilanciato dagli alti costi di informazione, di coordinamento e di garanzia di adempimento, che accrescono l’incertezza sui “diritti” scambiati. Di qui l’importanza della relazioni fiduciarie basate sulla durata dei rapporti e sulla reputazione. Nelle gare di appalto gli imprenditori devono coordinare le proprie offerte in modo da escludere il rischio di intrusioni da parte di concorrenti potenziali, sempre possibili dato la tendenziale apertura delle procedure. Per questo il cartello si fonda su precise regole di spartizione, tra cui il criterio territoriale, quello dei turni o dei clienti. Ma questo non elimina i problemi. In primo luogo, trattandosi di uno scambio illecito, vi sono difficoltà nel reperire e trasmettere informazioni attendibili, da cui scaturiscono problemi addizionali di coordinamento dovuti alle precauzioni necessarie nelle comunicazioni. Tuttavia, una volta che si sia raggiunta un’intesa, questo non elimina gli incentivi alla slealtà. L’accordo collusivo, infatti, si fonda su promesse: l’impresa x accetta oggi di non partecipare, o di concordare le offerte, a favore dell’impresa beneficiaria y, in cambio dell’impegno di quest’ultima di contraccambiare in futuro. L’impresa y, però, domani potrà “dimenticarsi” di ricambiare il favore ricevuto, senza che l’impresa x abbia la possibilità di pretendere l’adempimento davanti a un giudice. Il costo che x può imporre a y per sancire i suoi “diritti” violati discende dall’interruzione dei rapporti di cooperazione con l’impresa traditrice, dalla diffusione di informazioni sulla sua inaffidabilità e dalla “sanzione sociale” consistente nell’esclusione dal cartello. Se questi fattori sono un deterrente abbastanza forte, il cartello può resistere nel tempo indipendentemente dall’intervento di una terza parte. Le condizioni che facilitano la riuscita del cartello, come dimostra un’abbondante letteratura, sono il numero limitato di imprese partecipanti, l’esteso orizzonte temporale con cui queste guardano ai loro rapporti, l’elevata frequenza degli scambi, l’esistenza di efficaci canali di circolazione delle informazioni.[4]

Tra gli elementi facilitanti si può aggiungere anche la possibilità di condizionare le scelte degli amministratori pubblici che sovrintendono la procedura, allacciando rapporti di scambio corrotto. La protezione politico-burocratica facilita direttamente la riuscita del cartello, da un lato ostacolando l’accesso di concorrenti esterni (tramite la predisposizione di artificiose griglie di sbarramento nei bandi, con il passaggio di informazioni riservate sui tempi e sui criteri di aggiudicazione, ecc.),

[1] Alcuni uomini d’onore, peraltro, avevano manifestato un interesse nel settore degli appalti prima dell’estendersi dei meccanismi di regolazione mafiosa all’intera procedura. Uno di questi è Bernardo Provenzano, che agiva mediante prestanome, mentre altri mafiosi gestivano in prima persona le imprese partecipanti agli appalti (TPGB, 23).

[2] “In questa fase, prima dell’esito conclusivo della guerra di mafia, il rapporto con il mondo imprenditoriale e con il mondo dell’economia rifletteva quello che era il frazionamento interno dell’organizzazione e quindi il più delle volte si esauriva nella ristretta cerchia della competenza territoriale delle varie famiglie. Sostanzialmente il sistema attraverso cui le varie famiglie mafiose si inserivano per cercare di ottenere vantaggi dall’effettuazione di lavori pubblici nei propri territori era un sistema improntato ad una logica di sfruttamento per così dire parassitario. La famiglia competente per territorio imponeva nel proprio spazio di sovranità varie forme di taglieggiamento agli imprenditori,  il pagamento della tangente, l’imposizione del subappalto, l’imposizione delle guardianie, l’imposizione e il monopolio delle forniture necessarie all’esecuzione dell’appalto” (TPCG, 18).

[3] Cfr. della Porta e Vannucci (1994) e Vannucci (2005) per un’analisi di numerosi esempi di questo tipo.

[4] Si tratta di un problema che, secondo l’approccio della teoria dei giochi, può essere formulato in termini di condizioni facilitanti l’emergere di un equilibrio in strategie di cooperazione condizionata in un gioco del dilemma del prigioniero ripetuto tra n giocatori.

Fonte : Documenti, T.J

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