Castelvetrano: le stragi, la grande caccia al tesoro del boss e il tempo sprecato

 

Da alcuni mesi  è in corso a Caltanissetta l’ ennesimo procedimento penale nei confronti di Matteo Messina Denaro

Riguarda la stagione delle stragi di mafia e forse di Stato

In tutti questi complessi giri investigativi  cosa si cerca di capire?

Su Messina Denaro si sono scritte decine di migliaia di pagine

Probabilmente si cerca di capire un aspetto molto delicato: l’attacco al patrimonio della famiglia allargata di Matteo Messina Denaro che dura da oltre  30 anni ha centrato

l’ obiettivo prioritario?

Nonostante gli oltre tre miliardi  di Euro di beni sequestrati o confiscati alla famiglia e a tutti gli amici collegati e allargata a quella economia sospetta e aggredita dalla Procura di Palermo e ritenuta sotto il controllo del super boss ,  a Matteo ,l’alto tenore di vita non è di certo mancato

Una latitanza di questo genere ha dei costi notevoli.

Anche uno stupido capirebbe che un uomo di 56 anni abituato alla bella vita come il boss, oltre ai soldi cerca molte comodità.

E poi, come da letteratura medica, un uomo della sua età, non ha mai avuto bisogno di cure mediche? Noi non ci crediamo

Questo boss e’ protetto pure da Dio a tal punto di non avere avuto mai bisogno di curarsi? Un mal di denti? Una colica? Un controllo metabolico? Un problema pressorio?

Nelle statistiche mediche a quell’ età qualche acciacco prima o dopo arriva.

In  una denuncia ,il senatore Lumia del Pd sosteneva che  non c’è campo economico nel quale la famiglia “allargata” di Matteo Messina Denaro non sia presente.

Chi vive a Castelvetrano sa che non è cosi.

l’ economia dei grandi soldi ha sempre interessato mafiosi e politci corrotti. Molti subiscono, altri si atteggiano a mafiosi senza potere alcuno

La stessa cosa  detta da Lumia l’ ha ribadita Lorenzo Cimarosa.

Questa generalizzazione, tanto cara ai Pm di Palermo, in realtà potrrebbe trarre in inganno e favorire il gioco dei poteri forti che, a Castelvetrano, si sono divertiti a far soldi con la complicità del latitante e el padre checon l’ omicidio del Notaio Craparotta avvenuta negli anni 50 diventa uomo di fiducia del boss Rizzo che comandò la cosca fino alla suma morte naturale. Gli eredi di questo boss potente erano femmine e come si sa non potevano avere delega.  Rizzo era stretto con la borghesia latifondista di Castelvetrano

Il fallo di confusione in area di rigore, come e’ notorio, spesso castiga chi non c’ entra nulla e l’ arbitro  non riesce ad espellere il vero autore.

Appare chiaro che la logica del potere mafioso dove girano tanti soldi non è così azzardata.

Una micro falla farebbe saltare tutto.

Gente come Sarino Cascio, Becchina , era già potente prima dell’ ascesa di Matteo e di certo, non avrebbe piegato  la testa facilmente

 Riconoscevano il padre Ciccio come capo.

In primis perché il boss  Matteo detto ” lu siccu” non si fida neanche di se stesso, figurarsi se si mette a girare soldi con cretini o ” appizza porti”. 

Certe  recenti  indagini della Procura di Palermo , hanno puntato il dito verso il livello basso del cerchio mafioso. Una maggiore  conoscenza del territorio avrebbe aiutato le indagini.

Lascia parecchio dubbio il fatto che certe inchieste non abbiano toccato e avviato  nei processi,la politica e la burocrazia locale

Il comune andava sciolto subito dopo il Caso Giambalvo e forse anche dopo il sequestro dei beni a Girgoli che ha ricevuto tutte le autorizzazioni dal comune ,nonostante avesse alle spalle un processo e un arresto.

La mafia da sola non può gestire il territorio, ha bisogno di consulenti, politici , burocrati e aziende compiacenti 

Forse olpa di alcuni informatori poco informati e strumentalizzati politicamente a cui e’ convenuto proteggere alcuni e fottere altri. Matteo sa molto e forse ha anche documenti molto comprettenti

Se la rete dei fiancheggiatori costruita da Messina Denaro era davvero così larga e prevedibilie a quest’ ora , il capitolo latitanza ,sarebbe già chiuso e da tempo

Chi ha studiato chimica, conosce molto bene i fenomeni corrosivi delle navi e i metodi per bloccarli.

Ci sono i cosddetti ” materiali sacrificabili” che vengono colpiti dalle correnti corrosive e si sacrificano per la nave che non verrà mai distrutta

Il tesoro dei Messina Denaro ha origini lontane

Don Ciccio, aaveva deleghe importanti da parte dei corleonesi e delle famiglie mafiose degli Usa. Era stretto , oltre ai d Ali anche con  i Briuccia di Marsala , con i Taormina e i De Simone di Castelvetrano

Anni d oro, quelli del dopo guerra dove, don Ciccio fece gran soldi.

Per unire gli interessi con i corleonesi che lo protegge vano fa sposare una figlia con Filippo Guttadauro, rampollo delle famiglie mafiose di Palermo

Ma chi tiene la cassa di tutti questi soldi accumulati dai Messina Denaro e i loro complici dal terremoto in poi?

Una risposta parziale – che svela anche situazioni interessanti e meno note fuori dai confini siciliani – giunge dall’indagine effettuta della Procura di Caltanissetta.

Il pm facente funzioni Lia Sava e l’aggiunto Gabriele Paci, che hanno delegato le indagini alla Dia guidata dal colonnello Giuseppe Pisano (Gip Alessandra Bonaventura Giunta) come è noto hannoindividuato Matteo Messina Denaro come mandante delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

A Messina Denaro è contestato il concorso morale, per aver aderito al piano stragista e alla sua attuazione, partecipando ad un «gruppo riservato» creato da Totò Riina e alla sue dirette dipendenze. Un gruppo di “riservati” disposto a tutto pur di uccidere i nemici giurati di Cosa nostra: in primis Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di cui, dopo l’assassinio del giudice, veniva temuta l’ascesa alla Procura nazionale antimafia.

Una “supercosa” composta da due gruppi di pretoriani di Riina che non doveva conoscere le mosse dell’altro. Di uno – oltre a Giuseppe Graviano, Fifetto Cannella, Lorenzo Tinnirello, Vincenzo Sinacori e Francesco Geraci – faceva parte proprio Messina Denaro.

Fu questo gruppo – secondo la ricostruzione di investigatori e inquirenti coadiuvato ad un certo punto dal clan camorristico Nuvoletta – a partecipare alla missione romana (dal 24 febbraio al 5 marzo ’92, un mese dopo la sentenza nel maxiprocesso emessa il 30 gennaio) impegnata ad uccidere Falcone o, in subordine, l’allora ministro Claudio Martelli o personaggi invisi come Maurizio Costanzo, Enzo Biagi, Andrea Barbato, Michele Santoro e Pippo Baudo.

Una “super Cosa nostra” che era il sintomo dell’ansia parossistica con la quale Riina perseguiva l’eliminazione di Falcone, strettamente collegata alla strategia di guerra allo Stato

Nelle carte del provvedimento spicca il ruolo di Francesco Geraci, gioielliere e amico d’infanzia del boss latitante da (appena!) 22 anni. Primo spunto interessante per gli indefessi cultori dei riti di affiliazione: costui non è mai stato ritualmente affiliato a Cosa nostra ma – ugualmente – faceva parte della cerchia strettissima di cui Messina Denaro si fidava ciecamente. A Geraci venne affidato il delicato compito di gestire la cassa di famiglia, che amministrò per anni, custodendo il denaro nel caveau della propria gioielleria.

Geraci, fratello di Tommaso, attuale imprenditore nel settore dell’ oro e’ attualmente in carcere, nonostante si sia pentito.

Ed è proprio lui a raccontarlo in un interrogatorio sostenuto dalla 12.45 del 5 ottobre 1996: «L’episodio nel quale è coinvolto mio fratello ( il riferimento è  forse al fratello Andrea scomparso di recente) quello che concerne la gestione di “conti” ce io tenevo in gioielleria nell’interesse di Messina Denaro Matteo: il Matteo avendo notato un caveau particolarmente protetto, mi aveva chiesto se potevo custodirgli del denaro in contanti, ed io mi ero messo a disposizione senza alcuna difficoltà. Tale denaro, in pratica confluiva in quattro conti: uno era quello personale di Matteo che ebbe al massimo un saldo di 35 milioni; un altro che ha avuto anche la consistenza di 100-150-200 milioni; l’altro ancora ammontava a 100 milioni e che, come mi disse Matteo, erano soldi di sua madre; un ultimo invece fu fatto in occasione dell’acquisto di terreni, di cui parlerò appresso, di cui la S.V. mi invita a fare.

Ero stato io a confidare a mio fratello l’esistenza di quei conti anche per consentire che in mia assenza Matteo potesse effettuare operazioni di deposito o prelievo di denaro rivolgendosi direttamente a lui. Il Matteo veniva assiduamente a compiere queste operazioni, le quali venivano annotate in dei bigliettini in cui sostanzialmente veniva riportato soltanto il saldo e che venivano successivamente strappati. Mio fratello si occupava anche della gestione di questa contabilità ma ero io di fatto che mantenevo i rapporti con Matteo (…) Prima del mio arresto ricordo che il conto personale del Matteo era stato azzerato e ciò in concomitanza con l’inizio della sua latitanza; quello degli “affari correnti”, per così dire, era stato assottigliato (…) Aggiungo he per un certo periodo, sempre tramite il Matteo, anche …omissis…ci aveva portato in custodia 200 milioni che erano dei soldi di cui egli si era appropriato in banca. Mi risulta inoltre che …omissis…si fece custodire una certa somma, forse circa 70 milioni, anche da…omissis…Mi sovviene che ho custodito anche i soldi di…omissis…, circa 20 milioni, che mi furono portati da…omissis».

L’ulteriore passaggio evolutivo di tale rapporto, fu l’affidamento a Geraci di numerosi lingotti d’oro e diamanti per un valore non quantficato (chi, di noi, non ne ha una decina in casa per far fronte a spese improvvise o per dare una mancia al corriere!, nda)e di una valigia piena di monili e oggetti preziosi, beni tutti , si disse, appartenenti a Totò Riina, consegnati da Geraci agli inquirenti all’inizio della sua collaborazione. «Nella terza occasione – proseguirà Geraci nell’interrogatorio del 5 ottobre 1996 – Riina si presentò nel negozio accompagnato da Matteo, con la moglie e le due figlie, affidandomi una borsa con i gioielli della famiglia perché li custodissi; si trattava di orecchini, monili ed altro che io ho occultato in un nascondiglio segreto nella mia abitazione unitamente ai lingotti d’oro che in un’altra occasione mi aveva portato il Matteo dicendomi che erano di Riina. A proposito di Riina ricordo che per due estati in due occasioni ho fatto fare insieme al Matteo delle gite in barca a tutti e quattro i suoi figli, unitamente alle figlie di Pietro…omissis…e di tale “vartuliddu” di Corleone, entrambi all’epoca dimoranti a Triscina. Aggiungo ancora che una volta il Matteo regalò un Rolex modello Daytona in oro ed acciaio (io ne posseggo 22 e li uso solo come fermaporta quando fa corrente, nda) al figlio di Totò Riina a nome Gianni e nell’occasione anche io volli donare un identico orologio all’altro figlio a nome Salvatore. Un giorno Messina Denaro Matteo mi chiese se mediante un’operazione “pulita” potevo intestarmi un terreno che da quello che capiì apparteneva alla famiglia mafiosa di Castelvetrano: si trattava di un terreno di tre salme e mezzo sito alle spalle della grande costruzione di Genco cui si accede da viale Roma. Non sono in grado di dire se quel terreno intestato formalmente a …omissis…di fatto apparteneva già a Messina Denaro Matteo ed ai suoi amici mafiosi oppure se di fatto costoro ne diventavano proprietari a seguito della vendita nella quale io figuravo come formale acquirente. L’acquisto avvenne, se mal non ricordo, tra i 1990 e il ’91 (…) Successivamente alla compravendita, il terreno acquistato da …omissis….fu un compromesso rivenduto ai Sansone di Palermo per la somma di 550 milioni. Il Sansone mi versò 450 milioni in assegni ma prima che saldasse completamente il debito venne arrestato per cui rimase in debito di 100 milioni. Ricordo che si diceva che quel terreno doveva diventare edificabile e che anzi il Sansone doveva realizzare un grosso insediamento edilizio, tipo “Castelvetrano due”; infatti attualmente il terreno vale svariati miliardi. Con il guadagno di 250 milioni previsto a seguito di quella compravendita, il Matteo mi aveva detto che dovevo intestarmi un terreno di ….”

Quello che Geraci non dice agli inquirenti è l’ altro tesoro nascosto dagli intrallazzi mafiosi del post terremoto. Guarda caso, parallelamente alla crescita di tanta ricchezza a Castelvetrano, molti illustri sconosciuti, diventavano bravi imprenditori, bravi politici, bravi avvocati,bravi consulenti e bravi ingegneri e architetti

Fonte documenti, Il sole

Il Circolaccio

 

 

Resta da capire chi, oggi – a fronte dei tanti prestanome della famiglia allargata già colpiti da provvedimenti di sequestro o confisca – continui, in Sicilia e non solo, a tenere “i conti” dorati del superlatitante trapanese e della sua “famiglia allargata”.

 

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