La mafia dei soldi e la pista poco considerata dei beni archeologici che ha fatto guadagnare centinaia di milioni ai boss

 

Forse in tanti non sanno  che l’arte e, nella fattispecie, l’archeologia è un campo che attrae non solo gli studiosi e gli appassionati ma anche gli interessi della malavita. Il traffico di reperti archeologici, oltre alle armi e alla droga, ha creato un intreccio di interessi che vale miliardi di euro, basti pensare che quello dell’arte è il quarto mercato più redditizio del crimine internazionale. Soldi che non hanno il controllo delle fatture. I beni archeologici sono venduti a prezzi che sfuggono a qualsiasi logica di mercato

Castelvetrano, ancora una volta è al centro di una miriade di articoli su riviste di mezzo mondo per il giro d’affari di Gianfranco Becchina, l’imprenditore super corteggiato anche a Castelvetrano, da  intellettuali, politici e architetti di ogni colore politico. Tutti lo volevano vicino per progettare opere e per avere consigli. In molti lo corteggiavano per  fantasioso iter scientifico del  Castello di Bellumvider condiviso  fortemente da alcuni architetti di  Castelvetrano (molto conosciuti in città anche per il loro impegno politico e sociale) che celebrarono Becchina anche su articoli di stampa per la sua sensibilità culturale.

Eppure, Becchina, era già noto alle polizie di mezzo mondo già dagli anni 70.

Anche Borsellino indagava su Becchina

Pubblichiamo un articolo pubblicato su una rivista molto apprezzata nel mondo dell’arte

Una dei caveau preferiti è risultata essere la Svizzera, dove già dal 2001 i Carabineri del Nucleo tutela patrimonio culturale (Tpc) dopo anni di indagini che partivano da Castelvetrano, comune in provincia di Trapani, nella Sicilia nord occidentale, avevano scoperto un tesoro di valore inestimabile. E’, quella parte della Sicilia, una zona molto ricca di insediamenti, basti citare Selinunte, il parco archeologico più grande d’Europa, e non lontano, verso Mazara del Vallo, il tratto di mare più ricco di relitti e opere d’arte inabissate, una per tutte il famoso Satiro danzante.

Ed è proprio in questa zona dell’isola che affondano le loro radici potenti famiglie mafiose, lì v’è il “regno” del super latitante Matteo Messina Denaro. Sembrerebbe che un filo invisibile unisca il pluriricercato , anche a insospettabili antiquari, uomini d’affari e ad alcuni curatori dei maggiori musei d’arte del mondo, tra i quali, sulla base di un’indagine in corso da parte dei carabinieri, anche Gianfranco Becchina, noto mercante d’arte di Castelvetrano e oggi proprietario di due cementifici e dell’etichetta “Olio Verde”, con cui commercializza l’extra vergine che produce nelle sue campagne. Becchina è considerato dalle forze dell’ordine un personaggio importante nel traffico di opere d’arte, mai condannato perché – come spiega il maggiore dei carabinieri Antonio Coppola – “il suo reato è finito in prescrizione”.

E proprio di sua proprietà erano i  cinque depositi all’interno della Galleria Palladio Antique Kunst di Basilea, dove erano custoditi più di 5.000 reperti archeologici di grandissimo valore, confiscati dopo una lunga querelle con la Svizzera e un gigantesco archivio, quello che l’Fbi chiamava il “Becchina dossier”, di cui  i carabinieri sono finalmente entrati in possesso. Sempre secondo i militari del Tpc, molte di queste opere di inestimabile valore “provenivano da scavi clandestini e adesso potranno finalmente rientrare in Italia”.

Il dossier è un vero tesoro per gli inquirenti dato che gli oltre 13mila documenti, fatture, trasporti, lettere indirizzate agli acquirenti, migliaia di immagini polaroid, suddivise in 140 raccoglitori, sembrerebbero ridisegnare alcuni dei passaggi più controversi della storia del commercio illegale delle opere d’arte.

Lì, secondo gli inquirenti, Becchina annotava tutto, compreso il salario di un tombarolo tra i più conosciuti in Puglia, che lavorava alle sue dipendenze. A lui venivano fatturati, sotto la voce “pulizia monete”, 15mila euro ogni 12 mesi. Nel registro si legge anche dei 25 crateri apuli posseduti da un ingegnere palermitano, di cui Becchina mandò le foto al museo di Princeton, nel New Jersey, assicurando che provenivano “da una raccolta privata svizzera”. “

Nel dossier Becchina risultano molti più oggetti fotografati e registrati, rispetto a quelli trovati nei depositi – spiegano ancora al Nucleo tutela patrimonio culturale – Ciò significa che sono ancora tante le opere che devono essere ritrovate”. Si autodefinisce un mecenate, un collezionista estraneo a ogni tipo di vendita illegale di oggetti d’arte, Becchina, sul quale indagarono, dapprima Paolo Borsellino, poi, dopo la sua uccisione, il procuratore Gian Carlo Caselli. Conosciuto da tutti a Castelvetrano, è il proprietario di diversi edifici di grande interesse storico e artistico, come il Palazzo ducale dei principi Pignatelli Aragona Cortes Tagliavia(oggi tutti sequestrati). Situato nel cuore del centro storico di Castelvetrano, il palazzo era in realtà l’antico castello “Bellumvider” realizzato nel 1239 per accogliere Federico II.

Suoi pure un bellissimo feudo, anche questo dei principi Pignatelli Cortes, dove oggi vive, un parco di 25 ettari non lontano dai templi greci dell’area archeologica di Selinunte, con tremila ulivi dai quali produce il suo olio per il quale è accreditato addirittura come fornitore della Casa Bianca. Inoltre ha due grosse aziende produttrici di cemento: la Heracles in Grecia e la Atlas srl in Sicilia”.Ma attorno a Becchina e alle sue attività le indagini degli inquirenti non hanno sosta, l’ultima, di  circa due mesi fa, è stata condotta in team dall’Fbi e dai carabinieri. Le autorità federali hanno sequestrato il coperchio di un sarcofago d’epoca romana dal valore di 4 milioni di dollari, nascosto in un magazzino nel Queens, a New York.

Per più di trent’anni si erano perse le tracce di questo splendido manufatto in marmo di Carrara, realizzato circa 1.800 anni fa, dove è scolpita l’immagine di una donna distesa e dormiente, che gli agenti dell’Homeland Security hanno soprannominato “La Bella Addormentata”. Riposta dentro a una cassa, stava per essere spedita al suo acquirente giapponese, quando è stata intercettata dal procuratore federale di New York che ne ha chiesto il sequestro e la restituzione all’Italia. Il compratore del sarcofago, che lo aveva pagato 3 milioni di dollari, era Noriyoshi Horiuchi, famoso mercante di antichità in stretti legami con Gianfranco Becchina. È stato grazie all’esame da parte degli investigatori italiani del prezioso archivio fotografico proveniente dal “Becchina Dossier” che si è potuta identificare e sequestrare “La Bella Addormentata”.

Ma gli affari di Becchina si diramano in tutto il mondo e hanno coinvolto musei come il Louvre, il Museo di Monaco, il Metropolitan di New York, il museo di Boston, il Ninagawa di Hurashiki in Giappone, l’Ashmolean di Oxford, il museo di Utrecht, il Museo di Toledo nell’Ohio e molti altri oltre ad università prestigiose come la Columbia, quella di Washington, di Kassel, di Princeton e di Yale. Tra le sue vendite più celebri c’è il Cratere di Asteas, pagato 500mila dollari e dopo molti anni tornato in Italia. Fu scavato nel 1974 a Sant’Agata dei Goti, in Campania. Le indagini partirono da una foto del reperto trovata sull’auto di un ex ufficiale della Finanza passato con i trafficanti, morto misteriosamente sull’Autostrada del Sole nel 1995.

Tra i suoi acquirenti figurano anche i coniugi Shelby White e Leon Levy, miliardari americani ai quali è intitolata un’ala greco-romana del Metropolitan Museum, finanziata con 20 milioni di dollari. White e Levy hanno pure sovvenzionato con milioni di dollari diverse università, tra cui Cambridge, Harvard e Princeton. La loro enorme collezione privata di antichità è in gran parte frutto di scavi clandestini, come ha dimostrato il libro-inchiesta di Peter Watson e Cecilia Todeschini”.
Sembrerebbe che dietro molti di questi traffici ci sia proprio Matteo Messina Denaro, amante dell’arte, che aveva ordinato di rubare il Satiro Danzante, operazione fallita grazie all’arresto di due boss committenti, i fratelli Giacomo e Tommaso Amato, e la morte del terzo, detto “il Gangitano”.

Questa passione per l’arte il capo di cosa nostra l’avrebbe ereditata dal padre: Francesco Messina Denaro, uno dei primi tombaroli del Parco Archeologico di Selinunte.

Preziosi reperti archeologici furono da lui depredati in quel sito o nelle Cave di Cusa, a Campobello di Mazara. Tesori di cui si sono perse le tracce, esportati in Svizzera per essere poi rivenduti, come un’anfora d’oro dal valore di un miliardo e mezzo di vecchie lire. Nella rete era coinvolto persino un collezionista sacerdote, che avrebbe poi garantito la latitanza del vecchio boss. E fu opera di Messina Denaro senior, il furto dell’Efebo di Selinunte, nel 1962, anno in cui la piccola statua greca alta circa 85 cm., detta “u pupu” e tenuta sul tavolo dell’ufficio del sindaco di Castelvetrano, fu portata in America, poi in Svizzera e infine tornò di nuovo in Sicilia quando si capì che nessuno l’avrebbe acquistata. Al Comune di Castelvetrano giunse allora una richiesta di riscatto di 30 milioni di lire, che nessuno pagò.

Il 14 marzo del 1968 l’Efebo venne recuperato dalla polizia a Foligno, in Umbria.  Facendo un resoconto dettagliato è proprio la Sicilia la regione d’Italia maggiormente razziata dagli scavi clandestini accertati. Secondo il rapporto 2013 stilato dai carabinieri ci sono stati il 32% di scavi in più rispetto al 2012.

“Le zone maggiormente a rischio – dice Luigi Mancuso capitano dei carabinieri Tpc Palermo – sono la parte centrale e quella occidentale dell’Isola. L’attività investigativa del 2013 ha permesso di sequestrare 7.858 reperti archeologici per un ammontare stimato in oltre 2 milioni di euro. Tra i reperti sequestrati – spiega Mancuso – ci sono vasi, crateri di epoca greco-romana (V e VI sececolo avanti Cristo); 500 monete bizantine, greche e romane; vari elementi metallici (fibule-punte di freccia) per un valore complessivo di oltre 300mila euro. Inoltre una rarissima moneta antica, un tetradracma del maestro incisore Eukleidas (attivo tra il 413 ed il 399 a.C.), illecitamente detenuta da un privato collezionista che stava tentando di venderla via web”.

Così si ripuliscono i soldi sporchi e si nascondono le partite di droga e le armi. Il problema principale di queste razzie è la scarsa vigilanza dei siti, come per il parco di Selinunte, diventato autonomo da pochi anni

 

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