Economia: la Sicilia dei “tragediatori ” lamentele , accuse e fango.Un alibi per non agire?

Roberto Andò, affermato regista, segna molto bene l’attuale momento dell’isola

“Per superare la cultura del piagnisteo -afferma Andò-i siciliani devono smetterla di credersi più furbi”.
Purtroppo a questo gioco al massacro partecipano molti politici e anche uomini delle istituzioni che si nutrono sul sospetto più che sulla sostanza del ” diffuso cancro del malaffare e mafia ” Pochi ricordano che Sciascia già negli anni 60 parla del carrierismo antimafia che poco conclude e molto chiacchiera e sputa sentenze. Come diceva Tomasi di Lampedusa ” i siciliani si sentono tutti perfetti”. Mafiosi e antimafiosi. Politici e semplici impiegati.  Insomma tutti!

E l’isola segna una profonda crisi ….i giovani fuggono

La vera scuola antimafia rimane quella del “pool” guidato dal presidente Caponnetto che infatti fu distrutto, con le stragi e la morte di  Falcone e Borsellino. Furono massacrati gli uomini della scorta e ancora la verità sulle stragi rimane chiusa in certi cassetti riservati dello Stato . In pochi parlano della trattativa Stato-mafia degli anni 80/90

L’intervista

“I siciliani sono dei tragediatori. Per superare la cultura del piagnisteo devono smetterla di credersi più furbi degli altri”. Roberto Andò, regista, sceneggiatore, sovrintendente dell’Istituto nazionale del dramma antico, grande amico di Leonardo Sciascia, è impegnato in questi giorni nella direzione artistica delle Tragedie greche nel Teatro antico di Siracusa. E dalla tragedia greca ai tragediatori siciliani, in fondo il passo è breve. “Non a caso nell’Isola è stato coniato quell’appellativo…”

In che modo la parola “tragediatori” offre uno squarcio sull’essenza dei siciliani?

“Quel termine dà conto di questa propensione a non assumersi responsabilità. A reagire in maniera iperbolica, quasi come alibi per non agire, per non fare. E’ come se il siciliano dicesse: non mi chiedete di fare qualcosa, perché nulla si può fare…”.

Una tragedia, in effetti…

“Sì, come se gli scenari apocalittici ci appartenessero ontologicamente, come se riflettessero la nostra natura più autentica”.

Che rapporto c’è tra i tragediatori d’ogni giorno e gli eroi della tragedia greca?

“Nel mondo greco, il Teatro si legava anche all’idea di destino. All’idea che la vita in parte fosse affidata al volere degli dei. Quando, come accade in Sicilia, si applica questa impostazione alla vita di tutti i giorni, si cade in un compiacimento nei confronti di questa dimensione tragica. Un involucro che giustifica la scelta di ‘non darsi da fare’”.

Eppure sembra quasi che i siciliani, nella storia più o meno recente, abbiano davvero avuto bisogno delle tragedie, dell’orrore, per svegliarsi da questa condizione di indolenza.

“Purtroppo è accaduto che siano servite, e non metaforicamente, le bombe per smuovere tratti così anchilosati. A volte, però, anche queste reazioni, col passare del tempo, rischiano di diventare solo una cerimonia”.

Entriamo nel terreno assai caro al suo amico Leonardo Sciascia. A quello del professionismo dell’antimafia…

“Su quell’articolo nacque un grande equivoco. Io mi trovai in compagnia di Sciascia e Paolo Borsellino, a Marsala, quando ebbero occasione di chiarire. Sciascia era molto dispiaciuto. Ma Borsellino capì. Quelle parole, poi, furono usate a bella posta e crearono una lacerazione. E finirono per sovvertire politicamente, col tempo, un concetto, quello di garantismo che era patrimonio della sinistra ed è invece finito nella mani della destra, spesso della destra più impresentabile”.

da blog Live Sicilia

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