AD AGRIGENTO LA POSTA NON FUNZIONA

Ad Agrigento deve esserci un gran casino nel servizio postale.
Con ansia i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati aspettano una lettera del Consiglio Nazionale Forense, cui con umiltà ed a rischio di passare per babbei, incapaci della più elementare arte dell’interpetrazione delle norme, proprio di quelle (e delle più chiare) del Codice Deontologico della loro professione e, volendo la certezza del diritto innanzitutto, si sono rivolti al Consiglio Nazionale Forense perché dica loro come regolarsi in un caso “terribile” (sembra proprio che per taluni di loro sia angosciosissimo) caso del loro (dico loro, non “nostro”, non si offenda chi non menziono) collega Arnone Giuseppe.
Il caso è già noto ai nostri lettori.
Il suddetto signore, imputato, condannato, sottoposto a pene pecuniarie e detentive per diecine e diecine, forse centinaia di delitti di diffamazione (e di calunnia) è ristretto (si fa per dire) nel Carcere della Petrusa. Gli era stato, in verità, in precedenza, concesso assai generosamente l’”affidamento in prova”.
Doveva andare, mi pare di ricordare, a fare le pulizie in un ospizio cinque volte alla settimana. E, poi che facesse pure l’avvocato, ma “senza offendere nessuno e mostrandosi persona dabbene”. Nientemeno!!! La prova è subito fallita. E quando la vittima di una “sparata diffamatoria” con tanto di striscioni, volantini etc. ha steso regolare esposto al Giudice (cosiddetto) di Sorveglianza, il “beneficio” gli è stato revocato. Dopo quattro giorni al fresco a Petrusa è stato ammesso, però, alla “semilibertà” (la giustizia in certi casi è veloce…). A Petrusa solo di notte a dormire in cella. Di giorno andasse pure a fare l’avvocato, evitando di valersi di ulteriori delitti, striscioni, aggressioni etc. etc. Galeotto di notte, avvocato di giorno.
Posti di fronte al grave dubbio se la vita “illibata” che si richiede ad un loro collega (e, ora ad un loro abituale diffamatore, pronto alle minacce etc. etc.) potesse considerarsi quella di un galeotto, per quanto semilibero (e con diecine di altri processi a carico) o se invece proprio un’espressa disposizione del Codice Deontologico, che consente l’iscrizione all’Albo solo a chi non sia soggetto a pena detentiva da espiare, ad arresti da sopportare etc., ne imponesse l’espulsione, i saggi Consiglieri dell’Ordine di Agrigento pare che siano stati assaliti da un dubbio atroce.
Il già citato Codice Deontologico stabilisce che l’iscritto può sempre chiedere di essere cancellato dall’Albo. Salvo che non sia sottoposto a procedimento disciplinare (nel qual caso così si “sfilerebbe” al procedimento disciplinare ed al suo esito).
Le acute menti dei principi del Foro di Agrigento si sono poste coscienziosamente e rigorosamente il quesito: “se l’avvocato non può farsi cancellare a sua stessa richiesta se è sottoposto a procedimento disciplinare, possiamo noi nei confronti di uno che di procedimenti ne ha a bizzeffe, fare quello che non potrebbe fare da sé, cancellandolo per mancato possesso dello status libertatis”?
Con ammirevole umiltà si sono rivolti al “superiore consesso”, il Consiglio Nazionale Forense. Nel mese di febbraio, salvo errore. La risposta sembra che tardi. E non poco. E dire che la questione era, invece, stata già decisa dal C.N.F. in un caso assai meno grave di un condannato, mi pare, per reati fiscali. Nessun impedimento delle norme che vieta la cancellazione a richiesta dell’inquisito e nessun ostacolo al provvedimento di espulsione se l’iscritto venga a mancare di un requisito espressamente imposto dalle norme per l’ammissione alla professione.
Ma, a quanto pare, il C.N.F. tarda mesi anche a scrivere due righe: “leggetevi la nostra precedente decisione”.
Così i signori Consiglieri dell’Ordine di Agrigento rimangono nell’ansia e nella loro convinzione che “repetita juvant”. Anzi, in certi casi è meglio proprio non farne a meno.
Tutti i giorni domanderanno al postino “c’è posta da Roma?” e torneranno delusi ai loro amletici dubbi interpetrativi.
E Arnone Giuseppe, uno che, a quel che tutti sanno ad Agrigento, è meglio non averci a che fare qualcosa che a lui non confinferi, continua a dormire “al fresco” ed a fare le sue roventi battaglie avanti al Tribunale, nella calura estiva.
Quando si dice la disfunzione del servizio postale!!!!

Mauro Mellini

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