
Matteo Messina Denaro nell’autunno del 1991, portava a spasso Totò Riina, già ricercato e con tanto di ergastolo. Le scorribande per la provincia di Trapani sulla sua fiammante Alfa 164 di colore bianco non avevano limiti. Non temevano controlli di Polizia e Carabinieri. Questa sua spavalderia continuerà fino a tutto il 1992 nonostante a Castelvetrano fosse scattata l’operazione “Palma”che portò in carcere Tonino Vaccarino e altri , il 7 maggio 1992 e che si basò sulle dichiarazioni di Vincenzo Calcara definito “credibile” dal procuratore capo di Palermo Piero Giammanco che spiega la sua tesi, poi smontate nel corso dei processi successivi, in una conferenza stampa convocata insolitamente alle 9 del mattino. Accanto a lui, c’ era il procuratore Borsellino e c’erano gli allora Pm, Natoli e Lo Voi. il 23 maggio salta in aria Falcone e la sua scorta. A luglio Borsellino .L’anno dopo seguirono altri attentati
Il boss emergente Matteo figlioccio di Riina non faceva l’autista,era un suo stretto collaboratore e facevano quel che volevano
Le dichiarazioni di Geraci, considerato credibile, generano molti dubbi su certe piste investigative e sui depistaggi relativi alle stragi di quel periodo
La provincia di Trapani aveva conosciuto stragi come quella di Pizzo lungo e omicidi eccellenti ed era sotto pressione da parte degli inquirenti eppure Riina si sentiva tranquillo di girare tra Mazara, Castelvetrano e Trapani e tra il 1992 e il 1993 organizza gli attentanti di Firenze e Roma muovendosi con affianco Matteo
Il Max processo di Palermo e le guerre di mafia spingono i corleonesi a farsi aiutare dai trapanesi nella logica stragista che porta alla trattativa Stato Mafia già in corso
Il rischio per i mafiosi era molto alto. Erano solo interessi della cosca?
Come è possibile che Messina Denaro gironzolava tranquillo con Riina ,dopo gravi fatti di sangue accaduti nel 1992?
Matteo Messina Denaro era già il capo della provincia di Trapani,dal 1991 in sostituzione del padre Francesco, che aveva grossi problemi di salute. Nonostante la latitanza, i problemi cardiaci e respiratori dell’anziano boss venivano curati da qualcuno che provvedeva anche a fornire farmaci e altri presidi sanitari.
Non è da escludere che Don Ciccio si recasse periodicamente all’ospedale di Castelvetrano per esami particolari. Secondo un pentito, Don Ciccio andava in ospedale quando c’erano alcuni medici di turno e possibilmente di sera per cure speciali.
Un sistema che ha consentito a Don Ciccio di vivere libero, nonostante era ricercato da anni, e morire nel suo letto e non in carcere nel 1998. Il sistema , probabilmente, è stato ereditato anche da Matteo con tanto di assistenza sanitaria a seguito
Così ha fatto intendere anche il pentito Vincenzo Sinacori che sulla riunione decisiva sulle stragi disse: «c’era anche Matteo alla riunione di fine settembre del 1991, tenuta a Castelvetrano, in cui Salvatore Riina comunicò l’avvio della strategia stragista». Chi c’era oltre ai mafiosi a questa riunione?
Come dire che Castelvetrano era diventata “zona franca” dove nessuno rompeva i “cabbasisi“, neanche le forze dell’ordine
L’ultima ordinanza di custodia cautelare per il superlatitante di Cosa nostra, emessa dal gip di Caltanissetta, contiene un ritratto importante di Matteo Messina Denaro. Il ritratto di un giovane di trent’anni che sembrava già destinato a diventare l’erede del capo dei capi. Perché il capo dei capi si fidava ciecamente di lui.
«In quei giorni, Matteo mi portò Riina in gioielleria», ha raccontato Francesco Geraci, anche collaboratore di giustizia e amico d’infanzia di Matteo e autore di diverse azioni di fuoco insieme alla cosca. «C’erano anche la moglie e le due figlie di Riina. Mi affidarono una borsa con gioielli di famiglia, perché li custodissi. Erano orecchini, monili e altro, che io ho occultato in un nascondiglio segreto della mia abitazione, unitamente ai dei lingotti d’oro che in un’altra occasione Matteo mi aveva portato dicendomi che erano di Riina».
Quelli erano giorni che sapevano di morte, perché Riina aveva già dato l’ordine di avviare i preparativi per l’uccisione di Giovanni Falcone. Ma erano anche giorni incredibilmente sereni per Riina. Proprio grazie al suo figlioccio, Matteo Messina Denaro. Racconta ancora Geraci: «In due occasioni, feci fare insieme a Matteo delle gite in barca a tutti e quattro i figli di Riina. C’erano anche le figlie di Pietro Giambalvo e di tale Vartuliddu di Corleone, entrambi all’epoca dimoranti a Triscina». Giambalvo era l’intestatario della tenuta di campagna di Riina a Castelvetrano, dove si tenne la riunione per le stragi. «A quella riunione — ricordano adesso i pm di Caltanissetta — c’erano anche i boss di Brancaccio, Filippo e Giuseppe Graviano ».
In quei giorni, a Matteo sembrava interessare solo una cosa. Compiacere il gotha di Cosa nostra. «Matteo regalò un Rolex Daytona, in oro e acciaio, a Gianni Riina, uno dei figli del capo di Cosa nostra — ha aggiunto Geraci — e anch’io volli fare un regalo identico, all’altro figlio del padrino, Salvatore». Messina Denaro restava un “operativo”, un sicario, alle spalle aveva già decine di omicidi. E a lui Riina affidò la missione di colpire Falcone a Roma.
Sinacori ricorda Messina Denaro che carica una macchina «con mitra, kalashnikov e alcuni revolver. Aveva pure due 357 cromate nuove». Matteo, “l’operativo”. «Procurò anche dell’esplosivo nella zona di Menfi- Sciacca». Matteo, il viveur, anche in quei giorni. «Mi disse di portare degli abiti adeguati — racconta il gioielliere Geraci — a Roma avremmo frequentato dei locali alla moda». E a Roma, Messina Denaro cercava casa ai Parioli.
Il pentito Antonino Patti ricorda il giovane boss ancora una volta accanto a Totò Riina il giorno del grande pranzo di natale del 1991, a Mazara del vallo. «Riina arrivò sull’Alfa di Messina Denaro». Erano inseparabili. Come ricordava qualche mese fa lo stesso Riina, intercettato nel carcere di Opera dai pm di Palermo: «Ora, se ci fosse suo padre… questo figlio lo ha dato a me per farne quello che dovevo fare, è stato qualche quattro o cinque anni con me, impara bene… ». Si faceva volere bene il giovane Messina Denaro. Alle fine del 1991, regalò un girocollo di 50 milioni a Giuseppe Graviano. Un regalo per la fidanzata del boss di Brancaccio, un altro dei signori delle stragi.Riina riconosceva come capo mafioso solo Matteo Messina Denaro , gli altri erano “uominicchi” e “qua qua ra qua”
Fonte : Repubblica, documenti
Il Circolaccio