La crisi della politica e il bisogno di giustizia sociale, quando i figli dei contadini conquistarono il diritto allo studio

Riuscire a dare una definizione di giustizia sociale può rivelarsi un compito arduo. È un tema sul quale filosofi, politici, sociologi e pensatori di grande fama hanno dato il loro contributo. Affrontare questo tema ci permette di parlare di alcuni dei problemi che si devono  risolvere

Una vera democrazia deve difendere i ceti più deboli e favorirne lo sviluppo sociale.

 

Il compito della politica
secondo Martha C.
Nussbaum è riempire il vuoto  sociale con progetti sociali che tengano conto delle differenze tra vari ceti della popolazione

Una politica senza valori favorisce la tecnocrazia e la tecnocrazia favorisce le lobby. 

Nell’ambito della storia del pensiero politico, quella del rapporto tra politica e
benessere sociale rimane una vicenda ricca di fratture, fecondazioni e divagazioni concettuali,di cambi di paradigma e mutamenti, talvolta anche drastici, di orizzonte temporale e spaziale.

Nella Prima Repubblica vi era il continuo  confronto tra le masse cattoliche e socialiste-comuniste che generavano modelli di società  dove la giustizia sociale originava la sua fonte sulla emancipazione delle fasce più deboli  L’esempio più calzante fu quello dei figli dei contadini che riuscirono a frequentare le scuole superiori e le università, luoghi di studio concessi fino agli anni 60 solo a ceti previlegiati

Siamo figli di una storia che ha sempre dato un’attenzione particolare al lavoro. Gli
interventi della Chiesa a favore del lavoro hanno sempre avuto a cuore “i lavoratori” –
specie i più deboli – più che “il lavoro”. Dalla Rerum novarum (1891) di Leone XIII – in cui
si denuncia lo sfruttamento dei lavoratori dipendenti, il lavoro minorile, i duri orari dei
lavoratori, la situazione delle fabbriche – fino all’Evangelii Gaudium in cui Papa
Francesco afferma che il lavoro è quell’attività in cui “l’essere umano esprime e accresce
la dignità della propria vita. Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni
che sono destinati all’uso comune” .
Un tale insegnamento è anche filtrato nella Costituzione italiana, dove “lavoro” è il
secondo termine più ricorrente, dopo “legge”. Il citatissimo art. 1, «la Repubblica è
fondata sul lavoro» – da cui discendono diritti e doveri per contribuire al progresso
«materiale o spirituale della società» (art. 4 Cost.) – presuppone uno stretto legame tra il
lavoro – visto come mezzo di libertà, d’identità, di crescita personale e comunitaria,
d’inclusione e di coesione sociale, di responsabilità individuale verso la società – e la
dignità della persona

La sola brevissima evocazione di tale storia rivela infatti , come il lavoro e il diritto a vivere in modo dignitoso sia alla base di ogni azione sociale. Se le classi dirigenti dei partiti perdono di vista questo importante concetto sociale e di conseguenza  avvicinandosi  di più agli interessi dei potentati economici , prima o poi avverrà una forte crisi sociale che, in passato ha trovato sfogo in forti contestazioni sociali. Tutta la rabbia della gente stanca di false promesse si è sfogata nel populismo. E dopo? se anche il populismo non dovesse funzionare?
 Oggi dalle dottrine cristiane arriva un profondo monito. Il progressivo svilimento del valore
(anche in senso etico) del nesso tra dignità , benessere della persona e politica operato dal contrattualismo moderno e contemporaneo e la rivalutazione utilitaristica e comunitarista del tema politico favorirà la crescita di fenomeni rappresentativi incontrollabili , istintivi e lontani dal vero concetto di democrazia.

Cecco Angiolieri

Il Circolaccio

 

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