Mafia, relazione DIA: “Cosa nostra trapanese ancora unitaria e profondamente radicata” e Messina Denaro dove si trova?

 L’ennesima relazione semestrale della Dia condivisa dal Prefetto Priolo che, venuto a settembre 2016 ad agosto va in pensione, dopo avere contribuito a sciogliere il comune di Castelvetrano. Priolo che ha sempre vissuto fuori dalla Sicilia, doveva forse rimane un pò di piu per conoscere veramente il sistema mafioso.Il Ministro renziano Minniti ne parla anche in  parlamento con evidenti sfumature politiche

La relazione sostanzialmente dice sempre le stesse cose con particolare evidenza ai rapporti tra enti pubblici e ditte in odor di mafia attraverso gli appalti. Dopo anni di confische e sequestri sullo stesso argomento vi è poco di nuovo. Nella relazione non vi è traccia sul possibile ritrovamento di Matteo Messina Denaro che continua con la sua latitanza a distruggere un territorio sfuggendo a decine di indagini delle forze dell’ordine. Ancora una volta, una relazione che fa intendere che questo territorio è pieno di collusi e questo metodo alla fine fa solo danno alla gente e aiuta il latitante. Nella relazione non si parla di tanti posti di lavoro persi a causa delle aziende mal gestite dall’Agenzia dei Beni e della grave crisi occupazionale dovuta alla mancata cattura del latitante

Cosa nostra trapanese presenta ancora una struttura unitaria e verticistica, con un capillare e profondo radicamento territoriale: caratteristiche che la rendono del tutto omogenea a quella palermitana. Non sono stati colti evidenti cambiamenti organizzativi né operativi, attesa la perdurante strategia di basso profilo e occultamento” adottata dall’associazione criminale.  Questo è quanto emerge dalla relazione del Ministro dell’interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia.
“Nonostante l’incessante opera di contrasto da parte dello Stato – si legge nel documento riguardo alla provincia di Trapani – l’organizzazione mafiosa registra tutt’oggi una notevole potenzialità offensiva, grazie al pervasivo controllo del territorio (soprattutto sotto forma di estorsione verso i titolari di attività d’impresa) e all’immutata capacità di adattamento e d’infiltrazione nel tessuto socio-economico locale”
Secondo la relazione “il degrado sociale che connota alcune aree della provincia contribuisce ad accrescere il potenziale criminale di Cosa nostra. Questa, oltre a continuare ad imporre un clima di omertà, sembra riscuotere anche un certo consenso nelle fasce più emarginate della popolazione”.
La provincia di Trapani è divisa in  in quattro mandamenti: Alcamo, Castelvetrano, Mazara del Vallo e Trapani che raggruppano complessivamente diciassette “famiglie”.
Il principale ricercato mafioso dell’area, il boss Matteo Messina Denaro, “al di là della carica formale ricoperta quale capo mandamento di Castelvetrano e rappresentante provinciale di Trapani, è tuttora il leader più carismatico, ancora in libertà, dell’organizzazione mafiosa ( tutti i capi storici degli altri mandamenti della provincia sono, allo stato attuale, in carcere). Sulla sua figura si continua a reggere il sostanziale equilibrio tra famiglie e mandamenti e la cattura dei capi più importanti – secondo la DIA – “ne avrebbe aumentata l’influenza anche nel palermitano e nella complessiva governance di Cosa nostra”.

La rilevante entità dei beni sequestrati a suoi prestanome fornisce un’indicazione del potere di penetrazione economica e dell’affarismo di cui la “primula rossa” è stata capace, potendo contare su una pluralità di soggetti insospettabili. La centralità del boss latitante nella gestione degli affari illeciti nei vari contesti della provincia di Trapani è stata ulteriormente dimostrata, anche nel semestre di riferimento, da alcune significative attività investigative. Tra queste c’è quella della DIA di Trapani che, insieme alla Polizia di Stato, nel mese di ottobre ha dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare in carcere, messa il 10 ottobre 2016 dalla Terza sezione penale della Corte di Appello di Palermo, nei confronti di un imprenditore di Castelvetrano, condannato per associazione di tipo mafioso in quanto affiliato alla locale “famiglia” e per le accertate relazioni con soggetti facenti capo a Messina Denaro.

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