RICORDARE GIOVANNI FALCONE per cercare la verità sulle stragi che ancora non conosciamo

28 esimo anniversario della Strage di Capace in ricordo del giudice Falcone e dei poliziotti massacrati per difenderlo

Quando parliamo di Giovanni Falcone il rischio di cadere in ricostruzioni apologetiche o epiche sulla sua figura è abbastanza elevato. Si trattava di un essere umano, come tutti noi, impegnato a svolgere correttamente il suo lavoro, quello di magistrato. Falcone non scelse la toga per fare il giustizialista o per carriera politica. Falcone scelse la toga per un valore preciso: la giustizia. Lo svolse talmente bene questo compito da inimicarsi molte persone, alcune delle quali provenienti dalle file stesse dello Stato.

Erano i tempi in cui i processi per mafia finivano quasi sempre bocciati in Cassazione. Tempi in cui la politica dominava la magistratura. L’evoluzione di questo aberrante aspetto si trova nel caso Palamara dove, politica e magistratura si mettono d’accordo per le poltrone e per il potere. Una vergogna che offende la memoria di Falcone e Borsellino

Ma perché Falcone è così importante per la storia del nostro paese e della lotta alle mafie? Non è stato l’unico giudice ad essere ucciso dalla criminalità organizzata per le attività svolte. Ne tantomeno la prima vittima o quella più nota. L’elenco delle vittime per mafia è alquanto lungo ed iniziò nel lontano 1893, con il cadavere “eccellente” di Emanuele Notarbartolo.

Giovanni Falcone va ricordato perché, grazie alla sua sapiente attività investigativa e all’aiuto di colleghi come Paolo Borsellino e di tutto il Pool Antimafia, riuscì a portare i vertici di Cosa Nostra in tribunale ed a ottenere pesanti condanne nei loro confronti e confermati anche dalla Cassazione. Cosa mai accaduta prima. Già all’inizio degli anni’70 vi erano stato importanti processi per mafia portati avanti dal giudice Terranova (pure lui ucciso da Cosa Nostra il 25 settembre 1979 ). Essi però si concludevano con assoluzioni per insufficienze di prove o lievi pene. In quegli anni – nonostante l’impegno profuso da magistrati come Terranova – mancava ancora una visione globale del fenomeno mafioso. Non si riteneva possibile che la mafia potesse agire in maniera unitaria, in quanto associazione a delinquere. Falcone, dal punto di vista investigativo, operò in maniera differente. Riteneva fondamentale l’impostazione di un metodo di analisi che dava significato ai singoli indizi ed episodi. Ad ogni omicidio corrispondeva un mandante, non soltanto un sicario. In questo “sforzo interpretativo” ricevette un aiuto prezioso dal pentito Tommaso Buscetta.

Prima di lui – confidò alla giornalista Marcelle Padovani – non avevo che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiava di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti”.

Le informazioni fornite da Buscetta vennero verificate e riscontrate da Falcone ed i suoi colleghi. Già, perché le rivelazioni concesse dal pentito si riferivano quasi esclusivamente ai suoi nemici interni: i Corleonesi. Ci troviamo nel contesto della “seconda guerra di mafia”, un feroce scontro che vedeva contrapposta la mafia urbana palermitana, guidata da boss del calibro di Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Salvatore Inzerillo, alla famiglia di Corleone, guidata da Salvatore Riina. Buscetta apparteneva al primo schieramento, quello che uscirà perdente dalla lotta interna. Si ritiene che lo scontro tra le due differenti fazioni abbia causato a Palermo, nel biennio ’81 – 83, quasi 1000 morti. Tuttavia, il pentito ebbe la sua rivincita nelle aule giudiziarie. Il 10 marzo del 1986, nell’aula bunker (allestita per l’occasione) confinante con il carcere dell’Ucciardone di Palermo, si aprì il procedimento giudiziario contro “Abbate Giovanni + 708”, più comunemente noto come Maxiprocesso. L’esito di tale procedimento lo conosciamo tutti. Il processo di primo grado si concluse con pesanti condanne: 19 ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione. L’impianto giudiziario resse ai vari gradi e le condanne furono in gran parte confermate dalla Corte di Cassazione.

Il verdetto segnò uno spartiacque per la storia del nostro paese. Per la prima volta i boss mafiosi finirono in carcere o – nel caso di quelli ancora latitanti – vennero condannati pesantemente in tribunale. Uno spartiacque che segnò anche la condanna a morte di Giovanni Falcone. Oggi ci apprestiamo a ricordare quel tragico 23 maggio 1992. Quel giorno, 500 kg di tritolo fecero saltare in aria le auto su cui viaggiavano il magistrato, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Facciamo in modo che la strage di Capaci non sia soltanto un anniversario da ricordare. Non dimentichiamoci dell’uomo, del servitore dello Stato. Falcone ci ha dimostrato come la mafia sia vulnerabile e non affatto invincibile. Si tratta di un “fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

Falcone è morto perchè i poteri forti dello stato lo hanno lasciato solo. Falcone è stato ucciso una seconda volta da suoi colleghi che invece di cercare la verità , hanno volutamente depistato. ancora, dopo 28 anni la strage di Capaci ha molti punti oscuri su cui è fondamentale fare luce per la stessa esistenza della Democrazia italiana. Ci sono ancora colpevoli non puniti e questo è inaccettabile. A Falcone serve la verità e non l’antimafia da salotto



Intervista di Giovanni Falcone a RAI 3, 30 agosto 1991:

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