Il boss Graviano sulle stragi: “La verità nei cassetti della Procura di Palermo”

Duro scontro tra il capomafia stragista e l’avvocato delle parti civili, Antonio Ingroia

Mafia, il messaggio di Graviano: “L’agenda rossa di Borsellino? Aprite i cassetti della procura di Palermo”

Ancora una volta si parla dei tanti “misteri” alla Procura di Palermo. Gravi le dichiarazioni di Graviano in merito all’agenda rossa di Borsellino.Una Procura che potrebbe aver depistato con alcuni suoi elementi le indagini, facendo terra bruciata nel campo della verità sulle stragi del 1992

Torna in aula a Reggio Calabria il boss Giuseppe Graviano, ma adesso che la palla è passata alla parte civile il suo atteggiamento cambia radicalmente. Riottoso, reticente, aggressivo, all’avvocato di parte civile Antonio Ingroia – un tempo pm del pool della procura di Palermo che ha indagato sulla trattativa Stato-mafia – risponde assai malvolentieri.
 
Caduta la maschera che ha plasmato su di sé nel corso delle prime udienze del suo esame al processo “’Ndrangheta stragista”, scaturito dall’inchiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che ha svelato il coinvolgimento della ‘ndrangheta nella stagione degli attentati continentali, Graviano torna “Madre natura”. E forse per la prima volta mostra il suo volto più feroce.
 

Pochi minuti di risposte telegrafiche per confermare i rapporti con Berlusconi che già nelle precedenti udienze ha raccontato e per smentire di aver mai conosciuto Marcello Dell’Utri. Una raffica di “non so”, “non ricordo”, “l’ho già detto”, “non ho ascoltato le registrazioni” delle conversazioni intercettate in carcere con Adinolfi e che ha preteso di risentire prima di sottoporsi all’esame. Sostiene di non aver avuto un ruolo nelle stragi, si rifiuta di rispondere sulla sua appartenenza a Cosa nostra. Qui e là, qualche allusione significativa a “Binnu” Provenzano “che non conosco e mai mi sarei permesso di chiamare così”. E a Balduccio Di Maggio: “Abbiamo saputo subito quando l’hanno portato a Omegna” dopo la decisione di pentirsi.
 
Continua a lanciare i suoi messaggi, a dire e non dire, trincerandosi dietro la riservatezza da boss che nega di essere. E quando gli si chiede se sia stato l’allora ministro degli Interni Nicola Mancino a tentare di fermare le stragi, è lapidario: “Non posso rispondere”. Parole diverse dal semplice “non lo so” con cui liquida poco dopo la domanda su un progetto di attentato all’ex ministro Calogero Mannino.
 
Ma Graviano è nervoso. Palese l’astio nei confronti di Ingroia. E sbotta. Si scaglia contro l’ex pm, contro la procura di Palermo che negli anni Novanta ha indagato sull’omicidio del padre e negli anni successivi su di lui, sulle stragi, su troppi omicidi rimasti senza perchè.  “Quarant’anni di bugie” per Graviano, che perde la testa, urla, mastica le parole in un rosario di accuse.
 
“Se volete la verità – dice – aprite i cassetti dove il processo di mio papà ha soggiornato per 37 anni,  i cassetti della procura di Palermo, e lì c’è la verità. Perché non basta fermarsi agli esecutori. Dovete trovare tutti i responsabili della morte di mio padre, anche se c’è qualche vostro collega che è stato fatto eroe”. Parole pesanti che fanno eco a quelle lasciate cadere nel corso della prima udienza, alludendo a presunte spaccature in procura all’epoca di Falcone e Borsellino sull’utilizzo – sostiene – di informatori come Totuccio Contorno. E quasi ricatta la Corte e i magistrati in aula e fuori. 
 
All’avvocato Ingroia che gli chiede “Berlusconi è stato uno dei mandanti delle stragi mafiose risponde a bruciapelo “Non parlo, prima voglio la verità sulla morte di mio padre. Il processo di mio papà per quasi 38 anni ha soggiornato in un cassetto, dal 1982 al 2019. È sufficiente aprire quel cassetto”. Da lì è un fiume in piena “Ancora che cercate l’agenda rossa e gli autori dell’omicidio Agostino? Aprite i cassetti in Procura che sono chiusi da quasi 40 anni” urla Graviano, che nella foga mastica le parole, fin quando la presidente della Corte non lo interrompe, imponendogli di darsi un contegno.
 
La tensione si abbassa, ma il boss ha alzato un muro. Su Spatuzza e su una serie di conversazioni intercettate in carcere con Adinolfi, che lui stesso ha riconosciuto come “vere”, risponderà – annuncia – solo dopo averle riascoltate o averne riletto le trascrizioni. E quando sarà il suo legale a fare le domande.
 
“Graviano manda messaggi trasversali a più mondi – commenta Ingroia alla fine dell’udienza – li manda alla politica, li manda al suo mondo di appartenenza e a quell’area grigia che con la mafia ha fatto accordi indicibili. Sullo sfondo di questa vicenda c’è la trattativa Stato-mafia, lui ne sa qualcosa e in proposito manda messaggi”.

Ambienti istituzionali, tirati in ballo anche con i continui accenni all’agenda rossa di Paolo Borsellino, all’omicidio di Nino Agostino, su cui Graviano ha più volte accennato di avere qualcosa da dire. “È la vecchia tesi portata avanti dai capimafia, anche da Totò Riina prima di morire. Raccontano i capimafia come capri espiatori, ma le responsabilità dei complici istituzionali della mafia non escludono quelle della mafia”. L’obiettivo di Graviano? “Trovare una via d’uscita, non è un ottantenne come Riina, dunque cerca una via d’uscita e con il sistema nuovo…”. Ma lo fa pubblicamente, e anche questo per Ingroia è significativo.

Lascia un commento

Next Post

Agrigento, flash mob di Legambiente contro le bugie e i mancati investimenti sulle rinnovabili di Eni

Ven Feb 21 , 2020
Legambiente: “Non è più tollerabile l’arroganza di Eni, che da un lato concede briciole nelle rinnovabili e dall’altro utilizza il ricatto occupazionale per non investire in Sicilia”   Non è più tollerabile l’arroganza di Eni, che da un lato viene condannata per le sue attività di green washing, ossia la strategia finalizzata […]