Scandalo Popolare di Bari, le azioni a mogli e cognati e i prestiti agli amici. Quel vizio della politica, da sinistra a destra di manipolare le banche

IL FLOP DELLA POPOLARE DI BARI PORTA LA FIRMA DI VINCENZO DE BUSTIS FIGAROLA, CUORE A SINISTRA E PORTAFOGLIO ANCHE – NEL 1999 AVEVA SCATENATO UN’ASTA PER LA SUA “BANCA 121” (ONE TO ONE), CHE FU VINTA CON PREZZO GONFIATO DA MPS PER 1 MILIARDO E 300 MILIONI. LUI USA L’AFFARE PER SCALARE  il MONTE DEI PASCHI DI SIENA E DIVENTA DG – I RAPPORTI CON D’ALEMA. 

L’interesse a salvare la Banca entra anche nel mirino del Governo gialloverde. I soldi uniscono o dividono. Quando si tratta di banche tutti si aiutano e si uniscono.

Chi è DeBustis? leggete questo articolo sul il Quotidiano di Salerno http://www.ilquotidianodisalerno.it/2019/12/18/popolare-di-bari-e-salernitano-il-deus-della-banca-fallita/

Quell’aiuto del Governo Conte a giugno di cui nessuno parla

La Banca di Bari era già finita più volte sotto i riflettori per vari problemi. La politica pugliese del Pd e della sinistra di Vendola ne sapeva di cose sulla Banca finita commissariata. Nel giugno del 2019 il Governo giallo-verde concede un grosso aiuto : un credito d’imposta di 500 milioni di Euro 

“La Banca d’Italia, con decisione del 13 dicembre 2019 ha disposto lo scioglimento degli Organi con funzioni di amministrazione e controllo della Banca Popolare di Bari, con sede legale in Bari, e la sottoposizione della stessa alla procedura di amministrazione straordinaria, ai sensi degli articoli 70 e 98 del Testo Unico Bancario, in ragione delle perdite patrimoniali”. Una nota laconica sul sito ufficiale della Banca Popolare di Bari nasconde un’intricata vicenda fatta di investimenti sbagliati, manovre al limite della legalità se non fraudolente e di mancati o inadeguati controlli. Il fallimento della Banca Popolare di Bari, ultima spina nel fianco del governo Conte bis, è frutto di una serie concatenata di eventi sui cui, più che la politica, sarà la Magistratura a fare luce. Almeno si spera

Il primo Governo Conte , già a giugno scorso, sapeva delle criticità della banca.

Decidono di fornire,  alla Banca Popolare di Bari ,con il decreto crescita 2019, la possibilità di sfruttare agevolazioni fiscali fino a 500 milioni per porsi come motore della nascita di un polo bancario del Sud. Un aiuto in grande per sostenere una Banca che era già quasi fallita come dimostreranno le carte.

A luglio scorso,il consiglio di amministrazione in scadenza , viene  rinnovato con una lista che presenterà lo stesso cda nell’assemblea del 14 dello stesso mese. A questi si aggiunge anche la poltrona pesante del presidente, dal momento che Marco Jacobini, figlio del fondatore della banca Luigi, ha deciso di lasciare dopo 30 anni. Jacobini, d’intesa con Bankitalia, farà un passo indietro proprio per favorire il rilancio dell’istituto nella nuova era che stava per iniziare.

La banca, sempre a luglio, dirà di aver riesaminato il progetto di bilancio 2018 deliberando ulteriori rettifiche su crediti per 25 milioni. E rivedendo dunque la perdita d’esercizio da 372 a 397 milioni, con un Cet1 ratio sceso dal 7,86 al 7,52% contro una richiesta minima regolamentare dell’8,82%.

Ma Vincenzo De’ Bustis cerca di aprire i giochi per i 500 milioni di credito d’imposta che il governo mette a disposizione in caso di fusioni bancarie del Sud. Il risiko della Popolare di Bari potrebbe portarla a trovare un partner e, insieme, a risolvere i problemi di governance grazie all’appoggio della politica.  Il Giornale commentò cosi il passaggio:

 

Sul fronte nazionale, grazie ai buoni rapporti con il segretario generale di Assopopolari Giuseppe De Lucia Lumeno, da sempre vicino alla Lega, De Bustis avrebbe aperto un canale con il Carroccio per proporre Giulio Sapelli come presidente: se l’eclettico professore(già nel cda della PopBari, poi dimessosi dopo soli 4 giorni di vicepresidenza) è stato un candidato premier della Lega lo scorso anno, a maggior ragione può essere il gradito leader del «progetto banca del Sud».

Ma nello stesso tempo, per coprirsi a sinistra, nella lista per il cda da proporre in assemblea, De Bustis aveva pensato a Tiziano Onesti, presidente di Trenitalia di nomina Pd e voluto al vertice degli Aeroporti pugliesi dal governatore Michele Emiliano. Onesti avrebbe ottenuto  anche la benedizione di Massimo D’Alema: uno sponsor d’altri tempi al quale De Bustis deve molto, essendo stato il suo riferimento politico fin dagli anni Novanta, quando il manager che guidava la Banca del Salento (poi Banca 121), approdò al Monte dei Paschi proprio attraverso la cessione della 121 (poi finita male)

La Banca di Bari e il trasversalismo politico

I guai per la Banca di Bari  non cominciano adesso. era il 2014 quando si apre un’inchiesta sul Pd pugliese dominato dagli amici di D’Alema

Il Tempo titolava così

I dalemiani tremano per lo «scossone»

Una nuova inchiesta sul Pd pugliese Nelle carte i big del partito vicino a Un nuovo «scossone» giudiziario si sta per abbattere sul Partito democratico pugliese. Un’inchiesta «esplosiva» che svela legami tutti da chiarire tra imprenditoria e politica, col ruolo di un supposto faccendiere, già sotto processo per riciclaggio, in stretto contatto con gli ex vertici del partito

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La  grana arrivava dalla Procura della Repubblica di Bari, dopo le note inchieste sul «sistema sanità» che hanno imbarazzato non poco le giunte del governatore Nichi Vendola e che hanno portato a processo l’ex assessore alla Salute Alberto Tedesco e l’ex vice presidente Sandro Frisullo, all’epoca dei fatti molto vicini a Massimo D’Alema. Ed è il nome dell’ex presidente dei Democratici di sinistra a riecheggiare, ancora una volta, negli atti giudiziari. Perché la nuova indagine ruota attorno proprio a un suo intimo: Giovanni Sicolo, ex dipendente della Banca popolare di Bari, imputato di riciclaggio nel processo sul crac da 25 milioni della società Kentron (clinica privata), gestita dall’imprenditore Francesco Ritella, amico di D’Alema.

L’IMPRENDITORE RITELLA

D’altronde sono gli stessi atti investigativi delle Fiamme gialle a disegnare il quadro della situazione: «Ritella (…) è faccendiere con conoscenze nel mondo politico e dell’alta finanza. Si presenta come persona vicina all’allora presidente dei Democratici di sinistra (…) ha avuto contatti su Roma con il segretario particolare del presidente dei Ds, Giuseppe Fortunato».

Inoltre: «Ha occupato in tribuna d’onore allo stadio Olimpico di Roma posti riservati a nome del presidente dei Ds per assistere alla partita di Champion League Roma-Manchester United, ha incaricato il suo amico Mimmo, usuario di un’utenza intestata ai Ds, di provvedere per il regalo al presidente, ha messo a disposizione un’auto e relativo autista per un altro rappresentante di vertice dei Ds di rientro a Roma da Lecce».

E non solo: «Ha trascorso il capodanno 2008 in Spagna in compagnia dell’allora vice presidente della Giunta della Regione Puglia, Sandro Frisullo, con il quale è stato in frequente contatto telefonico e periodicamente si è incontrato».

IL PD E LA FINOCCHIARO

Ma al di là di Ritella è il ruolo di Sicolo ad essere finito al centro di nuove indagini. Perché l’ex impiegato di banca, proprio mentre discute (maggio 2008) al telefono per il presunto riciclaggio di denaro proveniente dal crac della società Kentron, parla con personaggi di spicco della politica.

Ci sono, per esempio, le telefonate con Ugo Malagnino, dalemiano di ferro ed ex parlamentare. Poi quelle con Paolo Quinto, ex consigliere politico dell’allora capogruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro. In entrambi i casi si parla delle elezioni regionali del 2012, a cui Sicolo partecipa attivamente per sostenere il Pd.

Ma dagli atti emergono anche gli stretti rapporti che l’imputato di riciclaggio ha con D’Alema. C’è, per esempio, una telefonata del 9 maggio 2012, in cui tale «Giuseppe» contatta l’ex impiegato di banca «appellandolo presidente». «Dice – si legge nei brogliacci delle telefonate – che gli sta passando un amico che vorrebbe parlargli. L’amico gli dice di aver mandato una email a Italiani Europei con la speranza che la leggesse il presidente Massimo D’Alema, si tratta di una proposta relativamente ad una riforma del lavoro, e che vorrebbe parlargli direttamente. Giovanni gli dice che il presidente legge tutte le email».

L’amicizia con D’Alema, dunque, sembrerebbe molto stretta, al punto che in un’altra conversazione con una donna «Giovanni dice che stava in giro con il grande capo (Massimo)», fino a fare una visita a Brindisi assieme a D’Alema, per l’attentato alla scuola Morvillo-Falcone che a maggio 2012 costò la vita alla 16enne Melissa Bassi.

LE PRESSIONI

DELL’ASSESSORE COMUNALE

In tema di supposto “lobbying”, invece, ci sono le conversazioni con l’ex assessore comunale Simonetta Lorusso. Scrivono gli investigatori che «sempre in ordine alle frequentazione del Sicolo con esponenti del Partito democratico, l’attività tecnica ha registrato una serie di contatti tra il Sicolo e Simonetta Lorusso, già assessore ai Lavori pubblici nella precedente giunta comunale afferente al sindaco Emiliano. Dal contenuto delle conversazioni si rileva una reiterata richiesta d’intervento, rivolta all’onorevole D’Alema, per il tramite di Sicolo, affinché il politico intervenga favorevolmente presso il presidente della Repubblica, sulla nomina del proprio fratello, Ninni Lorusso a Cavaliere del Lavoro.

«D’ALEMA NON NE SA NULLA»

Interpellato telefonicamente, Sicolo ha tenuto a precisare che il «presidente D’Alema non c’entra nulla. Lo conosco da quando avevo 10 anni. Mio padre era segretario provinciale del partito Comunista e poi anche deputato. Per questo io e Massimo siamo amici, e lui in tutte queste vicende non c’entra assolutamente nulla e non ne sa nulla». E l’amicizia con Ritella, illustrata anche dagli investigatori? «Ritella non è vicino a D’Alema» precisa, affermando che invece «De Santis sì, in quanto anche lui conosco da 30 anni per la sua vicinanza al partito». Assicura, comunque, che «non c’è mai stata attività di lobby. Sono incappato in questa vicenda (crac Kentron, ndr ) perché sono stato leggero, l’ho detto anche alla Guardia di finanza. Con D’Alema non ne ho parlato di tutto questo, le ripeto, è un’amicizia di 40 anni. Assicuro che in tutte queste vicende lui non c’entra e non ne sa nulla».

Nel 2014 la signora era nel sesto anno di una sclerosi multipla complicata da una progressiva sordità da entrambe le orecchie e da un’osteoporosi grave. È allora che l’addetto della sua filiale della Banca popolare di Bari le fa una proposta. La signora dovrebbe comprare sempre nuove quote dell’istituto stesso, a un prezzo «speciale» del 6% più basso del valore di 9,53 euro per azione. Oggi valgono zero. La signora, un’ex insegnante di religione delle scuole elementari, vedova, obbligata alla sedia a rotelle e con figli da mantenere, ha investito nella banca popolare della sua città 181 mila euro. Tutti i risparmi della sua famiglia. Nel suo caso pende un ricorso all’Arbitro per le controversie finanziarie e al Tribunale per ottenere un indennizzo completo, ma a discolpa degli impiegati della Popolare di Bari vale una constatazione: spesso, hanno rovinato i loro stessi familiari. Fra il 2014 e il 2016 hanno venduto azioni senza mercato e ora senza valore ai loro fratelli, alle sorelle, alle madri e ai padri anziani. Le hanno vendute agli amici e ai cognati. «Sto difendendo una valanga di parenti stretti dei dipendenti della banca», dice l’avvocato Antonio Pinto, che per Confconsumatori sta presentando ricorsi per circa duecento risparmiatori. «Sempre più spesso mi capita di fare lo psicologo fra fratelli e sorelle, mogli e mariti».

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