Le strategie di Nicosia da LEU a Forza Italia e le amicizie per arrivare a parlare con i boss

Visite in carcere di Nicosia per prendersi cura dei boss
Dopo la deputata di Leu voleva puntare su Forza Italia
Il 48enne legato ai Radicali avrebbe sfruttato il ruolo di difensore dei diritti umani, per avvicinare i mafiosi e spingere le istituzioni verso trattamenti più morbidi. I rapporti con la parlamentare Pina Occhionero e il timore di essere accostato a Piero Grasso

di SIMONE OLIVELLI da Meridione News

Nel 2006 Nicosia aveva subito una condanna definitiva per traffico di droga e nella sentenza si riportano i suoi collegamenti con i boss

«Cunsumati semu. Mario Merola canta». L’avversione di Antonello Nicosia non era per la canzone napoletana. A preocuppare il 48enne di Sciacca, arrestato ieri con l’accusa di associazione mafiosa, era la possibilità che Domenico Maniscalco, conosciuto nell’ambiente criminale come omonimo del re della sceneggiata, potesse iniziare a collaborare con la giustizia.

Quando Nicosia lo viene a sapere da Accursio Dimino, anche lui fermato nell’inchiesta Passepartout della Dda di Palermo, è il 3 febbraio 2018. In quel momento Maniscalco, che la scorsa estate è stato assolto in primo grado, si trova in carcere per il coinvolgimento nell’operazione Montagna. Davanti all’ipotesi di un pentimento, Nicosia decide di andare a cercare Maniscalco direttamente nella sua cella, a Trapani. Un’impresa tutt’altro che impossibile se si considera che il 48enne, nelle vesti di membro del comitato nazionale dei Radicali e poi anche di collaboratore parlamentare della deputata di Leu (da pochi giorni passata a Italia Viva) Pina Occhionero, ha avuto modo negli anni di visitare diversi penitenziari. Un ruolo, quello di difensore dei diritti umani, che Nicosia, secondo i magistrati, avrebbe sfruttato con il chiaro intento di curare i rapporti con i mafiosi di diverse famiglie. Compresa quella del latitante Matteo Messina Denaro.

D’altronde, per quanto si presentasse come docente nell’Università di Palermo e della California, a spiccare nel curriculum del 48enne è la condanna definitiva a dieci anni subita nel 2006 per traffico di droga. In quella sentenza, i giudici sottolineano i legami di Nicosia con personaggi di spicco della mafia agrigentina. Da Salvatore Di Gangi a Josef Focoso, da Gerlandino Messina a Calogero Liotta. Rapporti che per i magistrati sarebbero la prova dell’appartenenza di Nicosia a Cosa nostra quantomeno dalla fine degli anni Novanta e che il diretto interessato sarebbe riuscito a dissimulare accreditandosi come sostenitore dei diritti umani, con tanto di adesione a una onlus ad hoc, la cui sede risulta essere stata fissata in una casa popolare.

A leggere però il decreto di fermo siglato dall’aggiunto Paolo Guido e motivato dall’imminente partenza di Nicosia e Dimino per gli Stati Uniti si direbbe che il bluff ha retto per lungo tempo. Il 48enne, infatti, per quanto avvezzo a cambiare spesso automobile nel tentativo di evitare di essere intercettato – «possono solo impazzire, monta e smonta, monta e smonta», diceva in merito alla possibilità che qualcuno installasse microspie a bordo – in più di una circostanza sembra rivendicare i propri legami con la mafia.

Parlando con Dimino, in passato suo professore di educazione fisica, arriva infatti a organizzare atti intimidatori e mosse per cercare di accaparrarsi più o meno indirettamente lavori e imporre il pizzo. Ma anche valutare l’ipotesi di uccidere l’imprenditore Paolo Cavataio, originario di Sciacca ma operativo in Marocco. L’omicidio sarebbe dovuto avvenire proprio in Nordafrica, per rendere più difficili le indagini. E, nel caso emergessero sospetti, diffondere la voce per cui la vittima «capace che ha toccato qualche femmina di qualcuno».

La ritrosia di Nicosia nei confronti dei pentiti si sarebbe manifestata in più di una circostanza, rimpiangendo i tempi in cui «c’erano ancora persone con gli occhi chiusi». La visita fatta a Maniscalco a Trapani, tuttavia, non riesce: Mario Merola, infatti, era stato scarcerato da poco. È lo stesso Nicosia a farglielo presente. «Ti sono venuto a trovare là, eri uscito la sera (prima, ndr)», dice il 48enne a Maniscalco facendo riferimento a una visita del dicembre 2018. In precedenza sempre Nicosia aveva dato suggerimenti al figlio di Maniscalco su come comportarsi durante i colloqui in carcere. «Attenzione, ci sono le microspie sotto i tavolini, registrano tutte cose, cioè non parlate di cose delicate, cose delicate all’orecchio», suggerisce.

L’attivista avrebbe rapporti molto stretti anche con personale in servizio in diverse carceri, fatto questo che ha spinto i magistrati a non effettuare accertamenti diretti in merito agli accessi di Nicosia e limitare il monitoraggio agli ingressi di cui si è avuta notizia sulla stampa o tramite le intercettazioni. E per capire quanto fosse importante per Nicosia avere la possibilità di varcare la soglia dei penitenziari, basta un’intercettazione in cui l’uomo, dando notizia dei contatti instaurati con la deputata molisana Occhionero, sottolinea come non ambisse al denaro. «Gli ho detto come assistente parlamentare ma anche senza soldi. Mi fai un contratto per entrare e uscire dalle carceri e basta», dice Nicosia. In un’altra circostanza, l’uomo chiarisce le opportunità offerte dalla collaborazione con Occhionero. «Col deputato non è come la visita Radicale che siamo abituati a fare – dice Nicosia -. Alla guardia vicino, quando ti rompe i coglioni che sentono, che ti devono raccontare (i detenuti, ndr) delle cose delicate, ci dici: “Scusi, si può allontanare un attimo?”, e quello se ne va».

Tramite Occhionero, Nicosia avrebbe puntato a instaurare un’interlocuzione con il Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap), con l’obiettivo di attenuare i regimi carcerari più duri, come quelli di alta sicurezza. Il 48enne avrebbe auspicato anche di ottenere una sorta di finanziamento da parte di tale Matteo, che gli inquirenti individuano in Messina Denaro. «Giratela a Matteo così mi finanzia il progetto, manda un milione di euro. Ringrazia… ci vuole il contributo, il contributo dalla famiglia per quello che faccio», è la trascrizione di un messaggio audio inviato da Nicosia. Il latitante di Castelvetrano sarebbe stato, secondo i pm, anche il santo menzionato in un altro vocale, spedito questa volta alla deputata Occhionero. «Mai contro a san Matteo, onorevole Occhionero, mai mai si deve dire che siamo stati contro san Matteo, non si può sapere mai… Mai contro a san Matteo, per ora c’è san Matteo che comanda e noi siamo, preghiamo san Matteo».

Le premure di Nicosia nei confronti della famiglia Messina Denaro si sarebbero manifestate anche con una visita al carcere di Tolmezzo, in provincia di Udine, per incontrare Filippo Guttadauro, uno dei cognati del boss. In seguito a quella visita, Occhionero, che non è indagata, ha presentato un’interrogazione parlamentare «nella quale – scrivono i magistrati – ha esposto la criticità strutturale del carcere in cui i locali destinati all’esecuzione della misura di sicurezza della casa-lavoro erano sostanzialmente coincidenti con quelli relative all’esecuzione delle pene detentive, nonostante fossero evidentemente destinati a finalità ben diverse».

I rapporti professionali tra la parlamentare passata a fine ottobre con Renzi e Nicosia si sono interrotti dopo quattro mesi. La deputata oggi ha spiegato di avere messo fine alla collaborazione dopo avere scoperto una serie di bugie dette dall’uomo. Lo stesso, che si sarebbe reso protagonista anche di alcuni messaggi dal tono intimidatorio sulla considerazione che Occhionero aveva di un altro pregiudicato castelvetranese, pare avesse a sua volta già intenzione di cercare un altro parlamentare di riferimento. Il motivo, a detta di Nicosia, sarebbe stato legato al fatto che la deputata era un esponente del partito di Piero Grasso, leader di Leu. La figura dell’ex procuratore nazionale antimafia lo avrebbe messo in difficoltà con gli uomini di Cosa nostra. Nicosia ne parla con Dimino, al quale rivela la propria intenzione: «Lo vorrei fare con questi di Forza Italia», dice il primo. Ottenendo l’approvazione del mafioso. «Sono più garantisti… più liberisti».

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