Castelvetrano e la strage dell’ 8 maggio 1921 che pochi ricordano

Castelvetrano e la strage dell 8 maggio 1921 . Una strage dimenticata.

Un popolo che non conosce il proprio passato non ha futuro

L’8 maggio 1921 durante il comizio di un candidato socialista , a Castelvetrano ,si spara tra la gente. Il fascismo era alle porte e i latifondisti del trapanese e di Castelvetrano in particolare, temevano il caos, per le forti tensioni operaie. Il conflitto, che si svolse davanti alle Forze dell’Ordine,secondo alcuni documenti storici, registrò dieci morti e cinquanta feriti.

Secondo una attenta ricostruzione storica si trattò di una “spedizione punitiva” organizzata da squadristi fascisti. Un atto di forza del nascente regime fascista. Regime, che subito dopo, avrebbe iniziato un duro attacco a organizzazioni dei lavoratori, che aderivano al movimento socialista e comunista . Aggressioni anche a giornali e movimenti liberali e di ispirazione cattolica.

L’eccidio di cui in città rimane una lapide, è stata oggetto, come ricordato da un comunicato di qualche anno fa, di Sinistra per Castelvetrano di studio, da parte di Giandomenico Coco, Nicola Di Maio e Antonio Squeo, ricercatori dell’Archivio Storico degli Anarchici Siciliani ,nonchè di un memoriale datato 1957 a firma di Giuseppe Cacioppo, leader socialista del movimento dei braccianti nelle occupazioni delle terre del latifondo nel trapanese e nell’agrigentino.

Una strage che merterebbe ogni anno una giornata di incontri e iniziative atte a ricordare quel giorno di sangue. Un giorno, dove morirono anche dei giovani. Le armi vennero usate senza pietà. I lavoratori di Castelvetrano, nonostante gli avvertimenti anche di soggetti vicini alla mafia del tempo, scesero in piazza senza paura

Pubblichiamo il memoriale di Giuseppe Cacioppo , nella speranza che molti castelvetranesi, sopratutto giovani, abbiano piena conoscenza di quello che ,nel Sistema delle Piazze quasi 100 anni fa, accadde. Una strage che va ricordata

massoneria & stragi – UN MEMORIALE SULLA STRAGE DI CASTELVETRANO DEL 1921

Un elemento certo sull’Italia delle stragi impunite. A quasi 100 anni dall’accaduto, la verità sulla strage di Castelvetrano dell’8 Maggio 1921 nel memoriale di Giuseppe Cacioppo, leader carismatico del movimento dei braccianti nelle occupazioni delle terre del latifondo nel trapanese. Seguitissimo oratore socialista, al momento dello scoppio con cui iniziò l’orrendo eccidio parlava dal balcone del Comune. L’attento esame delle complicità, svelate nel suo memoriale sulla strage, fa ora luce sul meccanismo delle stragi successive che fino ad oggi hanno ‘misteriosamente’ insanguinato l’Italia.

LA SITUAZIONE

Vivevo allora a Partanna, dodici chilometri di buona strada da Castelvetrano che era allora la seconda sede delle mie lotte per il socialismo. A Partanna una schiera di audaci, giovani e vecchi, colti ed incolti, contadini ed operai, uomini pratici della vita, ricercatori della realtà, lottatori e raccoglitori di pensiero, fustigatori impenitenti, viveva ed operava in francescana umiltà temprandosi nelle dispute e riforgiandosi nell’azione. A Castelvetrano, invece, a similari condizioni di vita e di attesa si aggiungeva e pressava il disagio ed il disgusto per le mancate realizzazioni popolari, attese dalla caduta della sovranità trentennale dei Saporito. Non si era sviluppato, come a Partanna, un deciso reale distacco del proletariato dalle conventicole elettoralistiche; non si era costituita la reale forza proletaria indipendente e salda.

Fu, quella, l’epoca delle missive di Bonagiuso, della affermazione degli Infranca, della comparsa dei Gentile e, infine, della nascita del ‘Comitato Antibolscevico’ che accomunava e vincitori e vinti in un unico calderone di riscossa antisocialista e antisociale. La guerra aveva sconvolto i rapporti, avvicinato gli uomini, moltiplicato i contatti, strappato antichi veli, mostrato una realtà che dà vita alla vita, e i reduci ritornavano con la speranza in cuore e la sete di nuove conquiste nell’anima. Aveva contribuito a tanto anche la classe dirigente che, per vincere la guerra, aveva enunziato lo slogan “Tornate vittoriosi e allora la giustizia avrà il suo imperio: ai contadini la terra, le fabbriche agli operai !”.

I reduci si videro straniati nella loro terra, avviliti, delusi, stanchi. Avevano abbandonato le trincee e ritrovato le loro casette nude e fredde, i figli seminudi e spauriti in una realtà più grande di essi, le donne scaltrite, non più chiuse nel velo o rammendanti accanto alle culle, ma vive, sveglie, a volte sfacciate. Ma il problema più grave, più urgente, era sempre quello della terra: le strade erano invase da sfaccendati che assumevano la posa indolente del soldato e così nascondevano l’ansia e la pena del padre di famiglia per una possibilità di lavoro, per un pane, per una occupazione che desse una ragione alla vita. Il padrone era assente, lontano, viveva e godeva a Roma, a Palermo, sui laghi, sulla Riviera, non si occupava di terre; si godeva la vita, giocava in borsa, trattava i grandi affari, avvicinava Montecarlo, curava cavalli e prostitute di alto rango, finanziava crapule e bagordi.

Nelle sue campagne imperava l’Onorata Società. Quella comandava ma non legiferava: imponeva la sua disciplina; non faceva politica nel senso vivo della parola, seguiva quella dei padroni in piena consapevolezza e la imponeva, era antibolscevica per convinzione, per pratica, per interesse. Fu allora che occupammo le terre del latifondo e poi, dopo tre mesi di lotte, all’arrivo delle piogge le riconsegnammo impotenti agli intermediari. Nel frattempo però avevamo conquistato i comuni. Era l’unica realtà visibile: a Castelvetrano era sindaco Nino Tommaso, a Partanna Giosafat Scaduto, a Paceco Grammatico, a Monte San Giuliano Bonfiglio, a Mazara D’Andrea.

LA CONGIURA

Tortorici era sottosegretario alla marina, era di Partanna. Già socialista, poi riformista, massone ed ora sottoministro, era sostenuto da quanto di più losco, antico, antisocialista sopravviveva in Sicilia. Se ne serviva, anche se preferiva mantenere le apparenze nella linea della democrazia che lo aveva distinto. Gli altri invece pressavano, chiedevano la testa del ribelle importuno che propagandava altre idee e Giovannino Gargano ripeteva: -“Chiudete quella bocca o quella vi schiaccerà”.

La plebaglia chiedeva, imponeva, ‘carta bianca’. Scaduto, prudente, negoziava un compromesso. Ottavio Rizzo lo siglava: Cacioppo avrebbe rinunziato alla parola a Partanna ma gli si riconosceva il diritto di propagandare ovunque meglio credesse. Era la mia la bocca che parlava, quella che Gargano avrebbe preferito far chiudere. Il partito mi aveva voluto nella lista socialista ed io avevo dovuto accettare per l’impossibilità in cui ci trovavamo di avere altri uomini liberi ed in possesso dei mezzi necessari per la lotta.

Mi ero rifugiato all’albergo Messina e, la mattina dell’otto maggio, alle undici o poco più, don Ciccio Messina mi cercò: – “Lei si alzerà ed alle ore dodici si recherà alla stazione ad attendervi l’avvocato Sansone, che vi arriverà in treno speciale, con i suoi amici. E’ quanto mi è stato detto perché ne riferissi a lei. Da parte mia non so nulla di nulla”

– “Chi mi ha cercato?”.

– “Nessuno sa che lei è qui, soltanto Larosa sa ed è venuto”.

L’uomo dispone, ma l’altro ci mette la coda: fattomi sulla porta dell’albergo la solita compagnia delle anime in pena (Forte, Bonagiuso, Agnello, Malanca) mi incontrò. Mi salutarono, poi Bonagiuso (Simone) fece una sghignazzata e…”Arrivederci a presto”, gridò.

Attendevo il treno e intanto meditavo. Pensieri neri, opprimenti, dominavano. Un traditore che era stato presente all’assemblea a palazzo Pignatelli, dove si erano gettate le basi dell’associazione antibolscevica, mi aveva prevenuto della svolta decisa: farla finita con le parole, si chiedevano fatti. Vi avevano partecipato i due Saporito, Giovanni e Stefano, due intelligenze, due speranze: l’uno, Stefano, umanista, sereno socialisteggiante, l’altro dinamico, uomo di sinistra e più pericoloso per ciò, bella parola, pensiero, cultura. E poi l’Infranca, i Calcara, i Caradonna, i Lucentini, i Taormina, gli Emanueli, il dinamico Liddu Amari, il ragionier Ferrara, alcuni Centonze, i Parrino, Leone, Liotta. Insomma la cosiddetta nobiltà, il censo, la finanza, la terra e gli speculanti della terra e poi campieri, gabellotti, sovrastanti e clienti, clienti dei clienti, artigiani, la rappresentanza della società operaia, quella degli impiegati comunali e poi, ancora, i Gentile, Rumure, il farmacista Piccione, il dottor Lentini.

Amari chiese la parola:

-“Qui è Castelvetrano”, affermò, e noi decideremo per un secolo il suo avvenire!”.

Un applauso lo interruppe. Stefano Saporito commentò:

– “Tutto qui Castelvetrano? Ed il popolo?”.

– “E’ stato ingannato! Lo costringeremo nei ranghi! Creeremo lo strumento che sa costringere il popolo al suo posto!”

Fu così che in una seduta si costituì il Comitato Antibolscevico, del quale facevano parte i migliori uomini del paese capitanati dall’Amari con la collaborazione dei Gentile, Lucentini, Console, Agnello e gli altri che la penna non trascrive. Con quel comitato io avrei dovuto aver a che fare quel giorno ed io a ciò pensavo nell’attendere il treno da Mazara che arrivò in perfetto orario.

IL COMIZIO E LA STRAGE

Il comizio era fissato per le sedici. Il corteo, deciso, delirante, aveva attraversato le vie della città in festa. Una selva di bandiere rosse precedeva. Seguiva, decisa, la massa di oltre cinquemila cittadini consapevoli.

Si presentò una ‘persona di rispetto’, chiese dell’avvocato Sansone, presentato che fu, si inchinò, attese che gli fosse restituita la stretta di mano che offriva, poi cominciò:

“Noi le siamo stati sempre e le siamo tanto devoti, avvocato Sansone, siamo gli amici suoi e siamo amici degli amici suoi ma, perdoni, non possiamo tollerare e non tollereremo mai che quel coso… dico quel suo compagno… mi capisce lei… torni a parlare sulle nostre piazze!”.

I di lui amici annuirono sorridenti, l’altro taceva e quello continuò:

– “Non si sa mai, avvocato Sansone!… La fatalità potrebbe… che so… potrebbe! Lei mi capisce…”

– “Perfettamente”, rispose l’altro, “ma per quest’oggi, oggi come oggi, il mio compagno parlerà, costi quel che costi.”

Mi intromisi, dissi che avrei preferito tacere, impedire con ciò che si eccitassero di più gli animi. L’altro non aprì più bocca.

Nella piazza dell’appuntamento si era radunata la massa degli uomini in armi provenienti da tutta la provincia a sostegno del sottoministro vacillante, grida e minacce scomposte ammorbavano attorno. Le forze dell’ordine ci mostrarono l’impossibilità in cui si trovavano di sgombrare e consentire il comizio, quelli pressavano con le armi spianate, i cordoni li contenevano cedendo terreno ed allora, su proposta di Carlo Cuttone, si decise di parlare da un balcone del municipio nella piazza accanto, l’assessore Faciana ci accompagnava.

“Siamo venuti in molti, oggi, da vicino e da lontano e non attendiamo altro che dirvi una parola di amore, un impegno di fede! Ed io stesso, che vivo con voi, carne e cuore del vostro cuore, debbo presentarvi i candidati al parlamento nazionale per il partito socialista. Sono qui con me, li vedete, mi circondano e sono vostri! Voi li conoscete: da tempo essi hanno lottato con voi, hanno combattuto, combatteranno! I nostri avversari ci giudicano nemici, pressano al riparo della muraglia umana che li difende dietro gli sbarramenti della piazza. Forze imponenti, destinate a miglior uso, delimitano il nostro spazio nel comizio e quelli al di sopra della difesa ci minacciano con armi non degne. Il tumulto assume quasi il carattere della tempesta e noi non abbiamo colpa di ciò.  Disturba e si impone il frastuono degli innumerevoli strumenti disturbatori che quelli usano contro di noi e noi non sappiamo se la nostra parola arriva a voi o se si perde e si annulla nel caos della tempesta.Non meritavamo quest’incontro noi! Siamo venuti a voi in piena umiltà e vi abbiamo parlato di amore, di lavoro, di pace ed ora non abbiamo altro impegno che quello di esprimervi grazie del vostro coraggio, dell’attaccamento alla nostra causa, che è la vostra!…”

Uno scoppio terrificante… uno squillo di tromba… le truppe si inginocchiano in difesa e la fucileria inizia il canto dell’odio alternato al canto della vendetta. I carabinieri, al riparo delle mura della chiesa, sgranano devotamente i loro rosari. Dai balconi prospicenti sventagliate di mitraglia spazzano la piazza, dalla torre delle campane piccole bombe dirompenti lacerano l’aria con lo stridio che le distingue. Da piazza Garibaldi un carretto armato montato da facinorosi spezza il cordone e si lancia sulla folla, il cavallo cade fulminato dal piombo, Malanca cade crivellato dai colpi. Ad un tratto la mischia assunse la figura di quello che era nella realtà: un eccidio organizzato. La fucileria fulminava lo spazio ed il popolo abbattuto, schiacciato, copriva di feriti e cadaveri la piazza. Un ululato tremendo fendeva l’aria e si imponeva terrorizzando. Le grida e l’ansito dei moribondi era commento al commento. Un minuto? Un secolo? Il sopravvissuto, che si risolleva e vede sul terreno della gioia il terrore della morte, non ha possibilità di misurare il tempo.

DOPO LA STRAGE

Era già notte e nella casa di Pasquale Clemente in via Rossini, dopo l’orto, un uomo bussava alla porta di strada. Il padrone di casa, assicuratosi sul nuovo venuto, lanciò un ordine:

– “Uno dei nostri!”

Venne avanti Derosa, pistola in pugno; aperse uno spiraglio, l’altro entrò:

– “Deponi quell’arnese Derosa!”, implorò, “Sono Saro Diecidue, parola d’onore!”.

Poi commentò commosso:

– “Che disgrazia! Che sventura!”Abbassò lo sguardo attorno: nella sala vi erano raccolti tutti gli intrappolati al comune, ed erano vivi ancora! In un angolo una decina di giovani decisi, muti e pensosi; su di una cassa armi ammassate, vecchie e nuove, a difesa e, sul tavolo, un mucchio di munizioni diverse; attorno spranghe, zappe, sbarre di ferro. Di fazione alla porta Derosa. Nella notte, quasi tutti gli scampati si erano allontanati. Rimanevo io soltanto e attendevo l’alba. “Meglio andar di giorno incontro al nemico” aveva sentenziato Clemente. Gli amici fidati che avevano fatto veglia con noi attendevano. Armi scelte avevano sostituito quelle della sera.

Venne Larosa:

– “Hanno fatto centinaia di arresti, arresti indiscriminati. Il carcere è gremito e per la strada centinaia di povere donne attendono sui marciapiedi gli assenti. Hanno devastato la camera del lavoro: cercano armi, le armi che ci hanno scaricato addosso. Cercano bombe. Pattuglioni di forestieri armati, in collaborazione con la forza pubblica, scorrazzano per le strade, intimidiscono e maltrattano la gente. Palazzo Pignatelli è divenuto il centro della mobilitazione della gente del Feudo. Nino Tommaso fa il suo dovere, cerca di non far commettere altre soverchierie, presiede le perquisizioni, rincora la povera gente, spesso si morde le mani e lacrime gli solcano le guance. Si attendono altre forze. Si vuole, ad ogni costo, riversare sugli aggrediti l’aggressione… E sia: se non ritornerò, rammentatemi ai miei figli!”.

I giovani uscirono al sole sorgente. Era rosso come il fuoco il sole quella mattina. Arrivarono nove tra cavalli e muli ben bardati. Montai una mula baia piccolina, prescelta per me; gli altri otto saltarono a cavallo, altri otto ancora si collocarono loro in groppa: tutti erano armati di fucili, di pistole, di munizioni. Io ero disarmato e non chiesi armi. Per vie traverse, per i campi, per le mulattiere, ci avviammo a Mazara. Nessuno ci disturbò e Sansone ebbe così il piacere di riabbracciarci incolumi.

firmato Giuseppe Cacioppo

Castelvetrano, luglio 1957.

Il Circolaccio

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