Inchiesta: I grandi affari di Prodi , D’Alema e Bersani

La privatizzazione dell’Iri negli anni Novanta e le sale bingo di D’Alema.

Il ponte caduto a Genova mette i riflettori su tutti gli intrallazzi commessi da autorevoli esponenti del PD

IL GIUSTIZIALISMO A PROTEZIONE DEI LORO AFFARI

Massimo Giannini portavoce di Prodi, D’Alema e Bersani e nemico del populismo che cerca la verità

Dietro il PD che parte dalle macerie dell’Ulivo si è nascosta tutta l’imprenditoria affaristica avversaria di Berlusconi

Con l’aiuto della magistratura compiacente e dei giornali e giornalisti contrari a Berlusconi hanno nascosto bene i loro imbrogli

Il colosso dell’IRI(ISTITUTO DI RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE)

Fu istituito nel 1933, durante il fascismo. Nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e divenne il fulcro dell’intervento pubblico nell’economia italiana. Al 1980 l’IRI era un gruppo di circa 1 000 società con più di 500 000 dipendenti. È stata a suo tempo una delle più grandi aziende non petrolifere al di fuori degli Stati Uniti d’America[1]; nel 1992 chiudeva l’anno con 75 912 miliardi di lire di fatturato, ma con 5 182 miliardi di perdite.[2] Ancora nel 1993 l’IRI si trovava al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67,5 miliardi di dollari di vendite.[3] Trasformato in società per azioni nel 1992, cessò di esistere dieci anni dopo.

Viene svenduto, pezzo per pezzo, passando gradualmente da circa 500.000 dipendenti ai 108.970 del 1999, alla definitiva messa in liquidazione del 30/6/2000.Romano Prodi è il dominus dei gioielli dello Stato, quelli attivi e quelli in passivo, vengono venduti, o svenduti secondo i punti di vista, con una facilità ed una leggerezza incredibili; chi li vende ha fatto affari è gestisce una possibilità: ridisegnare, ai danni dello Stato, il capitalismo italiano.

Oggi rimangono dello Stato la Rai, l’Alitalia, e piccole quote di altre aziende. 
Il ’92 è l’anno della svolta, ma è nel 1993-94, con Prodi nuovamente all’IRI, che vengono vendute ben due Bin, il Credito Italiano (Credit), una vera e propria tigre, e la Banca Commerciale Italiana (Comit), oltre all’IMI (tutto tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994, con una velocità straordinaria). Nello stesso periodo di fuoco vengono vendute le finanziarie Italgel e Cirio-Bertolli-De Rica; per quanto riguarda il settore agroalimentare, un settore tradizionalmente importante per la nostra economia, Mauro Bottareli ricorda che dopo il ’92 lo Stato vendette agli stranieri, specie inglesi e americani: Locatelli, Invernizzi, Buitoni, Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e tante altre. Tra il ’93 e il ’94 viene venduta la SME, le vetrerie Siv dell’Efim, il Nuovo Pignone dell’Eni… Nel 1994 vengono venduti Acciai Speciali Terni; nel 1995 Ilva Laminati Piani e Italimpianti; nel 1996 Dalmine…(M.Cataldo, op.cit.).

Nei processi di Mani Pulite di tutto ciò non vi è traccia, a parte un interrogatorio di Di Pietro a Prodi, nel luglio 1993, durante il quale al professore bolognese viene chiesto con veemenza a quali partiti il suo Istituto abbia dato soldi. Ma poi non succede più nulla. Viene invece processato e condannato Franco Nobili, entrato all’Iri nel dicembre 1989, dopo sette anni di gestione Prodi: finisce in carcere, poi agli gli arresti domiciliari, perché un suo dirigente s’era sentito silenziosamente autorizzato a pagare una tangente postuma. Eppure, durante la sua breve gestione, all’Iri non succede pressochè nulla di rilevante!

Successivamente il nuovo boom di vendite è proprio quando Prodi passa dalla Presidenza dell’IRI all’improvvisa notorietà al grande pubblico e alla Presidenza del Consiglio: la tattica è già stata studiata: bisogna vendere. “Smonterò il paese pezzo per pezzo”, dichiara il 17 gennaio 1998, in un celebre discorso in provincia di Lecce. Detto, fatto: “gli anni più ricchi delle privatizzazioni italiane sono state il ’97 e il ’98 quando gli incassi superarono i 20 miliardi di euro” (Corriere della sera, 5/12/2003). Da grande manager, dietro le quinte, a capo del governo, la politica di Romano è sempre quella: prima gli fruttava “solo” relazioni e contatti importanti, in seguito gli permetterà di continuare su questa strada e di abbassare il rapporto tra debito pubblico e Pil, presentandosi come il grande economista, in realtà a spese dello Stato.

La copertura mediatica è data dai grandi giornali, di Agnelli e De Benedetti, che urlano alla necessità di modernizzare il paese, privatizzando. Si assiste al paradosso che la destra, sempre accusata dalla sinistra, demagogicamente, di essere seguace di un “liberismo selvaggio”, è ora rimproverata di essere statalista e di ignorare non solo la Thatcher ma anche Adam Smith. E’ Massimo Giannini, sulla prima de la Repubblica di De Benedetti, a sostenerlo, in un articolo dove, tra l’altro, scrive: “In fondo la sinistra di governo è obbligata dalla globalizzazione a fare dell’efficienza, del mercato, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni il nucleo duro del suo riformismo…La vera anomalia è la destra…La cultura di mercato, per la destra, è un puro gadget, un ‘usa e getta’ elettorale.

Quando il Polo ha governato nel ’94, non una sola azienda pubblica è stata alienata. Il cavalere-premier arrivò al punto di raccontare una balla in diretta TV: ‘Non cederemo la Stet, nemmeno la Thatcher ha privatizzato le telecomunicazioni’ Peccato che proprio la vendita di British Telecom sia stato il fiore all’occhiello della Signora Maggie” (la Repubblica 17/11/’98). Nel 1999 il Tesoro decide di privatizzare il monopolista elettrico Enel; lo stesso anno si chiude con la cessione da parte dell’IRI di Autostrade: il 30% va alla Edizione Holding dei Benetton (Corriere della Sera, 5/12/2003).

Coi governi dell’Ulivo la liberalizzazione è talmente selvaggia, che le USL, Unità sanitarie locali, divengono ASL, e cioè aziende; che i presidi delle scuole divengono manager; che si diffonde come non mai il lavoro interinale e vengono creati i cosiddetti co.co.co; soprattutto, per dire la più divertente, quando il patrimonio statale non è più disponibile per essere venduto, viene liberalizzato il gioco d’azzardo. Pur di fare soldi, infatti, ci si getta in un affare poco nobile: la creazione delle sale Bingo.

Sono oltre 400, create nel 2001, e garantiscono introiti immensi. Scrive il quotidiano cattolico “Avvenire”( 1/7/2001): “mai visti tanti uomini vicini ai DS davanti alle cartelle del Bingo. La metà delle sale pronte ad aprire saranno gestite da chi è in qualche modo legato alla Quercia. Duecentododici sale su quattrocentoquindici. Più della metà. Un business che va dai settanta ai centocinquanta miliardi l’anno per sala. Difficile resistere. I ‘D’Alema boys’ hanno fatto tombola prima ancora che si cominciasse a giocare. Hanno fondato una società, la Formula Bingo, e fatto il lavoro migliore. I frutti si sono visti. Già, ma perché D’Alema boys? A loro il nome non piace.

Ma come sanno tutti nessuno può sceglierselo. Sta di fatto che lo staff di Formula Bingo vede alla vicepresidenza Luciano Consoli (militante PCI sezione Trastevere) e nessuno può negare che sia un amico dell’ex presidente del Consiglio diessino. Così come non passa inosservata la sede della società: Via San Nicola de Cesarini al 3, Roma. Nello stesso palazzo dove si trovano gli uffici di ‘Italianieuropei’, la fondazione creata da D’Alema…”.

Mesi prima, il 20/1/2001, sempre Avvenire specificava che Formula Bingo “è posseduta per metà da una banca, la London Court, a sua volta guidata da un vecchio amico di D’Alema, Roberto De Santis. Così amico che è stato lui a cedere al leader diessino la fin troppo nota barca Ikarus. Ma la London Court ha un altro azionista al 50%, la Chance Mode Italia, il cui patrono è un altro amico di d’Alema, Luciano Consoli…”. L’accusa arriva anche da sinistra. Marco Travaglio, autore di libri anti Berlusconi e giornalista de l’Unità, durante un raduno ad una convention girotondina, parlando del governo D’Alema si lascia scappare una frase piuttosto imbarazzante: “Quelli sono entrati a Palazzo Chigi con le pezze al culo, e ne sono riusciti ricchi”.

Pd e cooperative rosse, l’intreccio perverso

Da Monza a Venezia, da Milano all’Emilia si indaga su patti segreti tra il partito e le aziende rosse. Le rivelazioni 
di Baita e Maltauro

Nell’unica riforma anti-corruzione varata in Italia dal 2000 ad oggi si nasconde una sorpresa tinta di rosso: la norma più criticata, quella che ha diviso in due il reato di concussione, è servita prima di tutto a salvare le grandi cooperative edilizie emiliane da un processo potenzialmente rovinoso.

Favorendo anche un imputato politico di primo piano, l’ex numero uno del Pd lombardo Filippo Penati. Quando la tagliola della prescrizione ha annientato le accuse più gravi, però, i magistrati di Monza hanno trasmesso ad almeno due procure emiliane le notizie di reato più compromettenti. Ricavate da intercettazioni e da altri elementi d’accusa che hanno fatto sospettare l’esistenza di un «livello nazionale» di rapporti tra affari e politica. Una specie di partito-azienda in versione di sinistra. 

O meglio, un partito-ombra, totalmente sconosciuto agli elettori, in grado di gestire i traffici di appalti e tangenti. E perfino di cambiare le leggi e condizionare le decisioni del parlamento per garantire l’impunità.

L’inchiesta di Monza non ha potuto essere confermata né smentita dai processi, azzerati sul nascere proprio dalla riscrittura del reato di concussione, ma certamente non è liquidabile come un’accusa isolata. Altri indizi di un possibile «sistema nazionale», che potrebbe collegare alcune tra le maggiori cooperative rosse con una parte del Pd, sono stati raccolti dai pm milanesi che continuano a indagare sull’Expo, dopo aver ottenuto la prima raffica di patteggiamenti

continua

Fonte: Il Giornale; Il Fatto Quotidiano Documenti

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