La faida mafiosa di Partanna e la storia di Piera Aiello aspirante deputato

LA MAFIA UCCISE IL MARITO E IL SUOCERO DI PIERA AIELLO

La vita di Piera Aiello , cognata di Rita Atria è di quelle che meritano le fiction in tv.  Giovane moglie, a soli 9 giorni dal suo matrimonio , conosce la barbarie mafiosa. Nella sua città, Partanna scoppia una sanguinosa guerra di mafia.

Piera Aiello sposa nel 1985 Nicolò Atria, figlio del mafioso Vito Atria. Nove giorni dopo il matrimonio viene ucciso il suocero[1]. Il 24 giugno 1991, nel ristorante di Piera Aiello e in sua presenza verrà ucciso il marito[1]. A seguito di quest’evento, Piera  decide di denunciare i due assassini del marito ed inizia a collaborare con la polizia e la magistratura, unitamente alla cognata Rita Atria con il giudice Paolo Borsellino[2].

Nel 2012 scrive un libro:“Maledetta Mafia”, la storia di Piera Aiello, giovane donna che si ritrova moglie di un boss mafioso e che, dopo l’omicidio di suocero e marito, decide di cambiare radicalmente la sua vita.

Suo marito, ritenuto  mafioso di un clan della valle del Belice, le aveva confidato che non si sarebbe dato pace fino a quando non avrebbe ucciso gli assassini del padre. E lei, Paola Aiello, per un certo  tempo, ha vissuto con la paura che anche suo marito, Nicolò Atria, avrebbe fatto la fine del padre. E così è stato. Nicolò Atria è stato assassinato, in un agguato mafioso il 24 giugno del 1991, all’ interno della sua pizzeria a Montevago. Da quel giorno Piera Aiello, vedova di mafia, con una bambina di tre anni, ha meditato “vendetta”. Per farsi giustizia decide  di raccontare a due donne, due sostituti procuratori della Repubblica, Morena Plazzi di Sciacca e Alessandra Camassa, di Marsala, tutti i “segreti” che il marito le aveva confidato, facendo i nomi degli assassini del suocero e del marito e quello dei componenti dei clan mafiosi di Campobello di Mazara, Partanna, Sciacca e Montevago. Le sue rivelazioni,  ebbero una prima concreta conclusione, con un blitz scattato contemporaneamente a Sciacca e a Marsala e che portò in carcere dieci presunti boss e gregari, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, omicidio ed altri reati. Tra gli arrestati , anche gli assassini del marito di Piera Aiello. Gli arrestati erano considerati boss di primo piano della mafia della valle del Belice: Paolo Mistretta e Vincenzo Tamburello,  Rosario Accardo, i figli Nicola e Francesco , Giuseppe Ragolia, Nicola Pandolfo , Antonino Cannatella, Pietro Ingoglia, Vincenzo Barraco Tutti  componenti delle “famiglie” Ingoglia della quale facevano parte Vito ed il figlio Nicolò Atria, e quella degli Accardo, meglio nota come “i Cannata”. Due clan in contrapposizione che per anni hanno lasciato sul campo oltre trenta cadaveri. Si tratta degli stessi gruppi mafiosi chiamati in causa dal pentito Rosario Spatola e Giacoma Filippello che hanno raccontato anche di rapporti tra esponenti politici siciliani e boss mafiosi dell’ Agrigentino e del Trapanese. Tutto cominciò nel novembre del 1985, quando Vito Atria venne ucciso in un agguato mafioso a Partanna, dove viveva con la famiglia. Il figlio Nicolò non poteva consentire che la morte del padre potesse rimanere impunita. E per farsi giustizia si affidò alla sua calibro 38. Per agire con “discrezione” abbandonò Partanna insieme alla moglie Piera Aiello e alla figlioletta e si trasferì a Montevago in provincia di Agrigento dove gestiva una pizzeria. A Piera Aiello Nicolò confidava tutto, aveva fatto i nomi degli assassini del padre a quelli dei clan che lì gestivano un vasto traffico di stupefacenti per il racket delle estorsioni. Piera da allora ha vissuto nell’ incubo, nel terrore. Ai giudici Alessandra Camassa e Morena Plazzi raccontò anche i particolari della “vendetta” del marito. Ha raccontato anche i due agguati ai quali il marito era riuscito a scampare e l’ uccisione di due suoi amici, quelli che lo aiutarono ad individuare i killer di Vito Atria. Il 13 dicembre  del 1990  Nicolò Atria era scampato ad un agguato degli uomini del clan avversario. Nicolò si trovava all’ interno di una pizzeria di Santa Margherita Belice. I pallettoni della lupara ed i proiettili della calibro 38 dei killer non lo raggiunsero. Ma a terra, rimase un suo alleato, Michele Mauro di  soli 22 anni. Un mese dopo un altro amico di Nicolò Atria, Domenico Eletto, venne assassinato. Mauro ed Eletto, ha raccontato Piera Aiello ai magistrati, furono uccisi perché rivelarono a suo marito i nomi degli assassini del suocero. Poi, il 24 giugno del 1991, Nicolò Atria venne eliminato. 

La mia storia inizia quando all’età di 14 anni conobbi Nicolò Atria.
Io e Nicolò provenivamo da culture diverse e questo provocava in me, nonostante l’affetto che ci univa, forti disaccordi. Le radici mafiose di Nicola erano talmente forti da essere coinvolto in un gioco spietato e immorale.”

TRE KILLER PER IL BOSS MAFIOSO STEFANO ACCARDO

Tre killer lo freddarono poco dopo le otto davanti ad un bar del centrale corso Vittorio Eamanuele . Stefano Accardo non ebbe scampo. I sicari fuggirono poi a bordo di una Fiat uno ritrovata poco dopo vicino al luogo del delitto completamente incendiata. Stefano Accardo era già sfuggito a due attentati . I mandanti furono i rivali Ingoglia

 

La piccola Rita incoraggia la cognata  Piera

Rita era figlia di un piccolo boss di quartiere facente capo agli Accardo (Cannata). E’ nata e cresciuta a Partanna. Un paese in cui, in quel periodo, si dice circolasse denaro proveniente dal narcotraffico.

Suo padre, don Vito Atria, ufficialmente pastore, allevatore di pecore, era un uomo di rispetto che si occupava di qualsiasi problema; per tutti trovava soluzioni; fra tutti, metteva pace, “…per questioni di principio e di prestigio – sosteneva Rita – senza ricavarne particolari vantaggi economici…” Una visione un po’ troppo romantica, frutto di una mitizzazione del contesto famigliare. Un romanticismo che non le impedisce di descrivere con freddezza un mondo – il suo mondo – di cui non sopporta le brutture, le vigliaccherie: un nitido quadro della mafia partannese. Racconta delle contrapposizioni delle famiglie Petralia, Ingoglia e Ragolia a quelle degli Accardo (detti Cannata dal cognome della madre che dal giorno in cui il marito è venuto a mancare ne ha ereditato il bastone). Con coraggio farà i nomi di quelli che in paese comandano e fanno affari. Tutte cose che aveva osservato, ascoltato, carpito, in casa sua, durante il pranzo o la cena. Le visite degli amici e delle tante persone che cercavano suo padre “ don Vito” per risolvere un problema.

Partanna era un paese di pastori. Qualcuno negli anni ottanta decise diversamente. Pian piano i pecorai si trasformarono in abili trafficanti di droga.

“… siccome gli Accardo avevano imposto il traffico di droga e in ordine a tale attività avevano sconfitto l’opposizione degli Ingoglia e delle famiglie legate a questi ultimi, questo commercio doveva essere fatto da tutti, compreso gli Ingoglia…” dirà nell’inter-rogatorio datato 11 novembre 1991, Rita. I regolamenti di conto, le vendette, erano altro, gli affari sopra a qualsiasi cosa, avevano la precedenza assoluta e assorbivano tutti vinti e vincitori. Rita Atria e Piera Aiello tirano dentro l’inchiesta anche il potente deputato Vincenzino Culicchia che dopo anni di processi verrà assolto

 

Fonte : archivi Repubblica, Blog Rita Atria

Il Circolaccio

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