L’ex deputato Dell’Utri malato terminale, rifiuta le cure per protesta

Il caso Dell’Utri,  apre un dibattito a favore dei detenuti in fase terminale

Dell’ Utri è affetto da una malattia incurabile e i suoi legali hanno chiesto gli arresti domiciliari

E’ corretto che, un detenuto, debba morire in carcere, lontano dai suoi cari, anche se non ha ammazzato nessuno? Esiste ancora nella giustizia italiana il rispetto per una persona gravemente malata che sta pagando ampiamente per le sue colpe? Dell’Utri paga anche e sopratutto per la sua incodizionata fedeltà a Berlusconi che non ha mai tradito

Sempre di più in Italia appare il sistema della giustizia ad orologeria. 

La mobilitazione a favore di Marcello dell’Utri, dopo il pronunciamento del Tribunale di sorveglianza, che respinge la richiesta dei domiciliare per lo stato di salute del detenuto, è senza precedenti.

Decine di appelli, istanze, proteste, critiche da parte di parlamentari appartenenti all’area del centrodestra e segnatamente a Forza Italia (Dell’Utri è uno dei fondatori del partito, insieme a Silvio Berlusconi).

L’istanza di prosecuzione della pena ai domiciliari è stata motivata dalla condizione di estrema prostrazione del detenuto, affetto di una malattia incurabile, a quanto pare in stato terminale. Dell’Utri, dopo avere appreso che l’istanza dei suoi legali era stata respinta, ha deciso di protestare con uno sciopero della fame ed il rifiuto delle terapie mediche.

Fra i parlamentari che hanno inviato vibrate proteste c’è chi ritiene perciò – come Daniela Santanchè e Stefania Prestigiacomo – che la detenzione si sia di fatto trasformata in una pena di morte, visto che il detenuto potrebbe morire in carcere a causa della sua condizione di salute.

Si ripropone, dunque, un vecchio dilemma, mai risolto: l’ambito entro il quale può essere concessa la sospensione della pena in carcere a causa della condizione di salute. I Tribunali di sorveglianza si sono regolati in modi diversi, talché risulta difficile trovare una linea coerente fra le toghe.

Quando è stata accertato che la malattia del detenuto è irreversibile, in stato terminale, è giusto consentire la sospensione della pena, oppure il presidio medico del carcere può ottemperare alla necessità di assicurare l’assistenza in modo dignitoso e civile?

Nei due casi più recenti, quello di Totò Riina, e di Marcello Dell’Utri, la magistratura ha seguito una tendenza di maggior rigore: il detenuto ha diritto ad essere assistito e curato nel migliore dei modi ma deve scontare la pena. In passato ci sono state delle eccezioni, ma mai – per quanto ne sappiamo – a favore di detenuti ristretti nelle carceri per reati di mafia.

La questione è di grande rilievo, e non riguarda, né può riguardare, “solo” Marcello Dell’Utri. E’ più che mai necessario un pronunciamento che faccia giurisprudenza da parte della Suprema Corte, oppure, addirittura, di una riscrittura del codice di procedura penale.

I magistrati oggi devono avere attenzione sia alle effettive ragioni del trasferimento in casa ed al bisogno di non discriminare i detenuti in virtù del principio, irrinunciabile, che i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge.

Per quanto ci riguarda, riteniamo che il malato terminale debba potere lasciare il carcere e godere dell’affetto dei propri congiunti per i giorni che gli rimangono da vivere. La pena non deve essere mai afflittiva né vendicativa. Lo Stato deve sapere coniugare civiltà e giustizia

Fonte: Siciliainformazioni

Il Circolaccio

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