Il cancro mafioso ,l’ antimafia di palazzo e il popolo siciliano a pezzi. Chi ha veramente vinto in questi anni?

 Sonia Alfano donna intelligente  e libera, ex europarlamentare, ex commissario di Belice Ambiente interviene sui social sull’antimafia. Sonia rimase orfana  del padre Beppe   giornalista di provincia coraggioso e serio ,ucciso a Barcellona (ME) nel gennaio  del 1993  da mano  mafiosa,  per la sua attività giornalistica , rivolta soprattutto verso uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali che agivano in sinergia. Sonia Alfano,    scrive sulla sua bacheca di FB , questo commento  che pubblichiamo, a margine dell’articolo che potete leggere e che apre un’ampia riflessione sul fare di certa antimafia che ha pensato solo a distruggere  persone ,per interessi personali e politici  e forse…. , anche per altri interessi. Quanti hanno trovato vantaggi politici e di carriera senza concludere nulla , buttando fango e senza contrastare le lobby mafiose? La lotta alla mafia necessita di uomini  determinati e lontani dai palazzi della politica come  Giovanni Falcone ,  Paolo Borsellino, Dalla Chiesa, Boris Giuliano, i commissari Montana e Cassarà e altri che sono stati eliminati. Queste vittime, non facevano politica ma cercavano la vera giustizia e forse, per questo, come il padre di Sonia, sono stati ammazzati

“Io sono stanca. – scrive Sonia Alfano- Dico queste cose da circa 15 anni e l’unico risultato è stato l’isolamento nei miei confronti e le vagonate di fango schizzato da qualche pseudo e misero pennivendolo. Fare antimafia per qualcuno è significato costruire carriere e magari avevano e hanno a che fare con la mafia, ma in maniera diversa e più amichevole. Questo è un paese che dimentica troppo spesso. Dimentica chi è stato carnefice, dimentica il dolore delle vittime. È un paese capace di commemorare i giudici uccisi dalla mafia e al tempo stesso sente il bisogno vomitevole di osannare chi ha umiliato quegli stessi giudici quando erano in vita. Mi dispiace ma tutto questo non fa per me”.

 Da il Blog l’InKiesta (Giulio Cavalli)

La mafia ha vinto, l’antimafia ha perso: ecco la verità che nessuno ha il coraggio di dire

Era sotto gli occhi di tutti, ma ora lo evidenzia anche una relazione della Dia: l’antimafia ha fallito. Nel movimento si fa fatica ad unire le forze per un obiettivo comune. Le mafie ringraziano e continuano a prosperare

Apriamola, la polemica, una volta per tutte. Con un po’ di coraggio. Provando a spezzare il nonsense per cui se qualcuno infila il dito nell’antimafia finisce direttamente sullo scaffale di quelli che “fanno un favore alla mafia” secondo un refrain che forse è servito anche (volontariamente o meno) per preservare posti di comando e di visibilità a qualcuno.

Dunque. L’ultima relazione della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo ha il sapore di necrologio eppure è passata come se fosse l’inevitabile cartella clinica di un controllo annuale obbligatorio. Dice che ormai tutto il territorio nazionale è la base “in cui l’organizzazione criminale reinveste i cospicui proventi della propria variegata attività criminosa, nel settore immobiliare o attraverso operatori economici, talvolta veri e propri prestanome di esponenti apicali delle diverse famiglie calabresi, talaltra in stretti rapporti con esse, al punto da mettere la propria impresa al servizio delle stesse”: vi ricordate il mantra del “arginiamo le mafie”? Ecco. Missione fallita.

Dice, riguardo la ‘Ndrangheta, che “continuano, poi, ad essere sempre solidi i rapporti con le organizzazioni criminali del centro/sud America con riferimento alla gestione del traffico internazionale degli stupefacenti, in primis la cocaina, affare criminale in cui la ‘Ndrangheta continua mantenere una posizione di assoluta supremazia in tutta Europa”. Ricordate il “bisogna tagliare i ponti che la mafia ha con i propri fornitori”? Missione fallita. Anche questa.

Dice. La relazione annuale, che le indagini “hanno rivelato un rapporto tra la ‘Ndrangheta, esponenti di rilievo delle Istituzioni e professionisti – legati anche ad organizzazioni massoniche ed ai Servizi segreti – di piena intraneità, al punto da giocare un ruolo di assoluto primo piano nelle scelte strategiche dell’associazione, facendo parte di una ‘struttura riservata’ di comando”. Ricordate per caso da quanto anni si parla di “colletti bianchi” e massoneria? Ecco. Eccoli qui. In ottima salute.

Ma il dato più sconfortante forse è che, secondo la Direzione Nazionale Antimafia, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita non solo sono in ottima salute ma mostrano addirittura segni di miglioramento. Le mafie insomma stanno bene. Un gran bene.

Ma il dato più sconfortante forse è che, secondo la Direzione Nazionale Antimafia, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita non solo sono in ottima salute ma mostrano addirittura segni di miglioramento. Le mafie insomma stanno bene. Un gran bene

Chi ha fallito? Qui viene il punto. La politica, già da anni, ha dimostrato di non essere in grado (e in alcuni pezzi di non avere nemmeno la volontà) di combattere il fenomeno mafioso e tantomeno di volere inserire la lotta alle mafie tra le priorità della propria agenda politica. Non è un caso che la rete ammiraglia della televisione pubblica abbia sguinzagliato le più alte figure istituzionali per la commemorazione scenica in prima serata di Giovanni Falcone ma non abbia dedicato un granché di approfondimento al Codice Antimafia in discussione in Parlamento (che sta subendo proposte di emendamento vergognose) e non ha trovato utile dedicare uno sei suo millemila speciali al lavoro del Procuratore Franco Roberti e della DIA. Gli imprenditori(alcuni imprenditori) da tempo si rivolgono alle mafie convinti che siano gli unici partner ad avere quella liquidità troppo spesso negata dal sistema bancario, inconsapevoli di aprire una relazione verso l’inevitabile svuotamento delle proprie attività. La magistratura (escludendo quella corrotta e a disposizione delle mafie) lamenta inascoltata da anni di non avere i mezzi e gli uomini per riuscire a affrontare il fenomeno criminale e chiede di modernizzare le leggi e gli strumenti. I collaboratori di giustizia (escludendo quelli al servizio del sodalizio criminale) vivono un abbandono da parte delle Istituzioni che, d’altri tempi, avrebbe riempito le piazze e avrebbe fatto urlare allo scandalo e alla collusione. Invece niente. Poco o niente. I testimoni di giustizia se possibile sono messi anche peggio: senza nemmeno l’onta di un delitto pregresso vivono con ansia l’incagliamento della riforma promessa dal governo e subiscono la sensazione di “essere un peso” ogni volta che chiedono il rispetto dei propri diritti. I cittadini (i cittadini che la passione per l’antimafia non l’hanno mai sviluppata per svariati e giustificati motivi come il lavoro che non c’è, la frenesia di un tempo sull’olmo della crisi, la disperazione di un futuro che appare grigio) brigano indaffarati nel di solito hanno da far cose più serie, costruir su macerie e mantenersi vivi.

E il cosiddetto “movimento antimafia”? Eccolo il punto. Ci sono, in Italia, due blocchi antimafiosi che appaiono sempre più pericolosamente sfilacciati: da una parte c’è l’antimafia più istituzionale che riesce a dialogare con le istituzioni fino ai suoi uomini più in alto e ha le risorse per un’ampia opera di sensibilizzazione mentre dall’altra, sempre piuttosto indigente e affannata, c’è la parte di chi, riunito in comitati locali e associazioni dedite alle problematiche territoriali, rincorrono e denunciano le illegalità in situazione di solitudine e spesso di pericolo. La federazione tra “grandi” e “piccoli” è in stallo da tempo. Da troppo tempo. Si scorge una certa propensione all’essere solidali solo con i propri sodali piuttosto che l’impegno a unire. Ed è un atteggiamento che no, non possiamo permetterci.

Il “movimento antimafia” (che già per definizione è un errore nel raccontare come specialistico un prerequisito essenziale alla giustizia sociale) ha avuto negli anni l’occasione di incidere, sensibilizzare, denunciare, raccontare, proporre, imporre, informare e informarsi: il pessimo quadro della relazione annuale della DIA è anche cosa loro? Sì. Avrebbe potuto fare di più e meglio? Ha inciso davvero nella realtà dei fatti? Quando ha trovato potenti “chiusure” rispetto alle proprie istanze ne ha denunciato pubblicamente gli autori? Quando ha avuto in mano “le chiavi” delle istituzioni (poiché molti “dirigenti” dell’antimafia istituzionale hanno avuto accesso al Parlamento se non a ruoli di governo) è riuscita a produrre cambiamento? Ha ascoltato i bisogni anche dei non allineati senza farsi condizionare dalle appartenenze? Ha permesso il libero esercizio della critica? Ha mantenuto viva l’autocritica?

E soprattutto: ma non è che una certa “classe dirigente”, anche nell’antimafia, ha fallito?

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