Processo al paladino dell’antimafia Montante, l’ultimo teorema per spostare il processo

Il paladino “intoccabile” dell’antimafia cerca di cambiare Tribunale per non farsi giudicare a Caltanissetta e, addirittura , “butta” sospetti sui PM nisseni . Perchè Montante teme la sede nissena e tenta di spostare il processo a Palermo?

Si legge nelle carte della difesa una nota molto grave: «Un contropotere mafioso induce le decisioni dei pm»  Da ignoranti, percepiamo un messaggio gravissimo. Montante, nella sua lunga difesa fa intendere che esiste una magistratura inquirente manipolata e pronta ad agire anche con condizionamento , per attaccare le persone. 

Nell’istanza di rimessione, l’ex presidente di Confindustria disegna una mafia nissena che rialza la testa per farlo fuori e che arriva a condizionare persino la Procura. E poi il lungo elenco di rapporti «intimi e confidenziali» con i magistrati
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Solo un riemergere della mafia, per effetto di una sua rianimazione, può spiegare quello che sta accadendo».

E poco più in là, il concetto viene rafforzato: «Un’operazione politica molto probabilmente di matrice mafiosa, voluta da Cosa Nostra per la straordinaria efficienza che il contrasto alle infiltrazioni e al ricatto mafioso aveva assunto. La magistratura di Caltanissetta a un certo punto ha dovuto abbandonare lo scrivente per tutelare se stessa, impiantando un teorema accusatorio, fonte di sua rigenerazione». In quasi ottanta pagine – tanto è lungo il documento con cui la sua difesa chiede di spostare il processo da Caltanissetta – Antonello Calogero Montante tenta di rovesciare il tavolo. E lo fa seguendo due direttrici precise: da una parte costruisce il teorema dell’ombra lunga della mafia nissena che rialza la testa e dall’altra sviscera un lunghissimo elenco di «rapporti personali», di «intime e confidenziali frequentazioni» con «la maggior parte dei magistrati nisseni». Al punto da determinare «la compromissione del sereno e distaccato accertamento dei fatti». Anzi, di più: «Un pregiudizio pesante e ineliminabile della magistratura nissena nei miei confronti».

È l’ultimo affondo dell’ex numero uno di Confindustria siciliana, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Giuseppe Panepinto. L’istanza di rimessione del processo arriva mentre il dibattimento, con rito abbreviato, è già in corso. Montante è accusato di corruzione, favoreggiamento, rivelazioni di segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico. Mentre sul reato di associazione a delinquere si attende la decisione del Riesame dopo che la Cassazione aveva annullato l’imputazione, su richiesta della difesa. I legali avevano chiesto anche la scarcerazione dell’imputato a causa delle condizioni di salute definite gravi, ma l’istanza è stata respinta.

Adesso Montante prova a spiegare di suo pugno le presunte incompatibilità ambientali. Dopo aver ricostruito le tappe della carriera di imprenditore antimafioso, dedica ampio spazio ai suoi rapporti confidenziali con i magistrati. Con Francesco Messineo, all’epoca procuratore capo a Caltanissetta, e col suo successore a partitre dal 2008, Sergio Lari «con cui intrattiene una reciproca e disinteressata amicizia che assume i connotati della quotidiana frequentazione. Ad ogni cena, incontro o conviviale in casa Montante, Lari è spesso presente», scrive lo stesso imputato.

La figura di Lari è centrale nella tesi di Montante. Da quel legame speciale fa discendere l’instaurazione di rapporti «con i più stretti collaboratori del procuratore: con gli aggiunti Lia Sava, oggi procuratore generale presso la Corte d’Appello di Caltanissetta, e Domenico Gozzo, con Luigi Leghissa, oggi sostituto procuratore a Caltanissetta, nonché nell’ambito istituzionale anche con Amedeo Bertone e Nicolò Marino (oggi il primo è procuratore capo di Caltanissetta, colui che coordina le indagini sullo stesso Montante, il secondo è parte civile nel processo, ndr)». L’elenco si allunga ancora, includendo «Francesco Ingargiola e Salvatore Cardinale, presidenti della Corte d’Appello di Caltanissetta. Con Andrea Catalano – continua – oggi presidente del Tribunale del Riesame, sono intercorsi rapporti di amicizia e quotidiana frequentazione tra le mogli. Con Gabriella Canto, attuale presidente del Tribunale di Caltanissetta, con il cui marito Renato Tramontana ha avuto rappori di lavoro. E ancora con Roberto Scarpinato, quando era Procuratore generale». Montante ricorda, a suo sostegno, che quando si è trattato di comporre il Tribunale del Riesame, il magistrato Andrea Catalano ha preferito astenersi, o ancora quando si doveva individuare un giudice dell’udienza preliminare, si sono verificati tre avvicendamenti.

Sui suoi rapporti con i magistrati Montante è stato interrogato dalla Procura di Catania, che ha indagato per competenza su questo filone senza trovare nulla di rilevante. Nel chiedere di spostare il processo l’imputato tocca anche questo aspetto, quasi volendo lanciare un avvertimento. «Come è pensabile che nel contesto descritto, un imputato possa essere tranquillo sulla libertà di determinazione di inquirenti e giudicanti rispetto ai quali, ad esempio, all’esito della perquisizione, spettò allo scrivente esercitare, per così dire ius vitae ac necis (potere di vita e di morte), rispetto ai numerosi magistrati sul cui comportamento fui interrogato dalla Procura di Catania per essere stati trovati appunti più o meno particolareggiati tra le carte sequestrate?».

Insomma, secondo l’ex paladino dell’Antimafia, quei magistrati un tempo assai vicini adesso rischierebbero di «assumere atteggiamenti esasperatamente rigorosi, per evitare di essere annoverati tra gli amici di Montante». Ma il teorema difensivo si spinge oltre, in un climax impregnato di detti e non detti che arriva ad accostare la Procura di Caltanissetta a «un contropotere mafioso della stessa risma di quello combattuto dallo scrivente per un decennio, un contropotere dunque di carattere locale induttivo degli atteggiamenti e delle decisioni della magistratura nissena».

Ci tiene Montante a sottolineare che è a Caltanissetta che andrebbe cercato l’ideatore della controriforma. E torna a fare il nome del suo avversario di un tempo: l’ingegnere Pietro Di Vincenzo, ex presidente di Confindustria Caltanissetta, poi spodestato proprio da Montante e dalla nuova generazione di industriali che a lui facevano riferimento. Di Vincenzo ha subìto una confisca definitiva per mafia del valore di 250 milioni di euro, ma è stato assolto dall’accusa di concorso esterno e, invece, condannato per estorsione nei confronti di tre suoi dipendenti. «Il muoversi delle forze contrarie alla svolta antimafia che trovano espressione mediatica in Attilio Bolzoni (il giornalista di Repubblica che per primo diede la notizia dell’indagine a carico di Montante, ndr), l’agire felpato ma assai raffinato del preoccupato Di Vincenzo, ancora speranzoso di indulgenze giudiziarie, più o meno ben preconizzate, in funzione di una revoca totale o parziale della disposta confisca, i depotenziati Venturi e Cicero, da qualcuno convinti di poter cavalcare la sfortuna dello scrivente, sono le componenti di un veleno che purtroppo si è insinuato nella logica giudiziaria di Caltanissetta».

Nel calderone finiscono dunque tutti: Bolzoni, i magistrati e i due grandi accusatori (Marco Venturi e Alfonso Cicero), tutti assoldati nella battaglia contro la svolta antimafia targata Montante. La Procura di Caltanissetta va avanti nel suo lavoro. «Noi siamo sereni e tranquilli, come sempre. Anche rispetto a questa richiesta della difesa. Non abbiamo scheletri negli armadi», ha commentato il procuratore capo Amedeo Bertone. La decisione sull’istanza di rimessione spetta adesso alla Cassazione.

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