Mario Francese ucciso perchè sapeva degli intrallazzi mafiosi tra la diga Garcia, la Saiseb e Siino?

Le inchieste di Mario Francese tra la morte del colonnello Russo, la Saiseb e gli appalti nel Belice

 

Mafia del Belice degli anni 70: i sequestri, gli omicidi eccellenti , i politici,  le logge occulte e i grandi appalti

Era la sera del 26 gennaio del 1979 quando Mario Francese fu ucciso a colpi di pistola fuori casa sua, in viale Campania a Palermo.

Mario Francese fu un giornalista di cronaca giudiziaria e di cronaca nera fra i più conosciuti al suo tempo. Originario di Siracusa, divenne dapprima addetto all’ufficio stampa dell’assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Sicilia (1958) e in contemporanea scriveva per Il Giornale di Sicilia al quale dedicò tutto il suo impegno lavorativo a partire dal 1968, licenziandosi dall’impiego in Regione.

Le inchieste del giornalista Mario Francese

Il contenuto di alcuni appunti di Russo, trovati sulla sua auto, nella sua abitazione palermitana e negli uffici della Legione, imprimono immediatamente alle indagini un indirizzo preciso: la diga Garcia.
 Fu «questa la pista dei carabinieri, che si ritrovarono davanti alla formula: mafia-Garcia-sequestro Corleo», scrisse Francese. «Squadra mobile e Criminalpol indagarono, invece, sulle sue amicizie. Soprattutto una, quella dell’imprenditore di Montevago, Rosario Cascio.

Poi: il progetto di un’industria da realizzare in Liberia, alcuni suoi viaggi a Roma con Cascio, la sua partecipazione in una società, la Rudesci», aggiunse il giornalista. Infine, però, sia la polizia che i carabinieri concordarono su un punto: «Russo è caduto per aver cercato di ripristinare l’ordine ed evitare soprusi nella corsa dei gruppi mafiosi verso i remunerativi subappalti ruotanti intorno ai lavori per la costruzione della diga Garcia (costo: 350 miliardi  d lire circa una cifra spaventosa per l’epoca)».Il giornalista Francese aveva un intuito davvero superiore. Sul colonnello Russo scrive:” da settimane in convalescenza, aveva già deciso di lasciare L’Arma dei Carabinieri, ma nel frattempo continuava ad indagare sul sequestro Corleo, l’atto di forza , con cui la mafia di Riina ha sfidato la vecchia mafia di Bontande.” Il colonnello Russo, secondo quanto scritto da Francese, incontra  Nino Salvo  al, quale era molto legato. Allo stesso tempo, Russo inizia un’attività di consulenza per la società Saiseb di Roma sulla quale lo stesso ufficiale aveva indagato La Saiseb conosciuta a Castelvetrano per il famoso contenzioso di oltre 3 milioni di Euro con il comune, gioca un ruolo importante nella ricostruzione del Belice, facendo lavori per vari miliardi di lire, giocando molto sulle perizie di variante, facendo molto lievitare i costi degli appalti. Francese si chiede come mai un pregevole colonnello dei Carabinieri, volesse andare, dopo aver lasciato, l’Arma a collaborare con questa grossa società. Francese è certo che l’omicidio Russo è collegato con la guerra di mafia che scoppia per il giro di miliardi legato alla Diga Garcia

In sostanza,  secondo la ricostruzione del giornalista ucciso nel 1979, l’ufficiale dell’Arma «avrebbe tentato di non far perdere al suo amico Rosario Cascio il lavoro che si era legittimamente conquistato nella diga Garcia, da dove alcuni gruppi di mafia lo avevano cacciato con una serie di violenze. Il tentativo di Russo non è stato però gradito dalla mafia, che intravide nella sua intromissione un serio pericolo per la realizzazione dei programmi iniziati nel ’74 con alcuni sequestri dimostrativi, finalizzati al predominio assoluto nella zona di Garcia e nella valle del Belice. Un pericolo non infondato, perché i gruppi di mafia in fermento avevano già avuto modo di conoscere la tenacia di Russo, soprattutto nella lotta all’ Anonima Sequestri».

Infatti, la Lodigiani, colosso imprenditoriale del Nord, che si era aggiudicato l’appalto plurimiliardario della diga Garcia, aveva estromesso da alcuni lavori la ditta Cascio, affidandoli alla «INCO», una società dell’imprenditore Francesco La Barbera di Monreale, Giovanni Lanfranca di Camporeale e il cognato Giuseppe Modesto.

«Ma l’offerta della INCO è spuntata dopo la morte di Russo e non posso neanche escludere che si tratti di un’offerta perfezionata in un secondo momento e, comunque, dopo i fatti di Ficuzza, magari per togliere da ogni imbarazzo i Lodigiani e i suoi tecnici», dichiarò Rosario Cascio.

«Alla luce di queste parole appare verosimile che Russo chiedesse il rispetto della legalità a chi della legalità è irriducibile nemico, il rispetto della giustizia per Cascio a chi nell’ingiustizia prolifera». Ma perché i killer della mafia uccisero anche Costa? Forse perché temevano che Russo gli avesse parlato dell’affare «diga Garcia. Ammesso che Russo non avesse rivelato nulla a Costa, chi avrebbe potuto convincere gli assassini?», fu la conclusione di Francese.

Come se non bastasse l’assassinio Russo era stato preceduto da tre sequestri e da una agghiacciante serie di delitti. A Roccamena, l’8 settembre 1974, fu rapito il giovane enologo monrealese Franco Madonia, rilasciato il 15 aprile 1975, dopo il pagamento di un riscatto da un miliardo di lire da parte dello zio “don” Peppino Garda. Il 1° luglio 1975 fu sequestrato il docente universitario Nicola Campisi, che sarebbe stato rilasciato l’8 agosto, dopo il pagamento di 700 milioni di riscatto. Infine, il 17 luglio, la “madre” di tutti i sequestri: quello di Luigi Corleo, il re delle esattorie, che fu misteriosamente soppresso.

La potente Saiseb si aggiudica anche i lavori delle fognature di Castelvetrano alla  fine degli anni 80. Nel 1992 apre uno “strano” contenzioso per un errore del Comune che costerà alle tasche dei castelvetranesi oltre quattro milioni di Euro. Le fognature di Selinunte oltre ad essere pessime, sono costate una fortuna al Comune

Da vari documenti investigativi degli anni 90, risulta un nome che lega i lavori per le reti fognarie di Marinella di Selinunte agli appalti per la superstrada Palermo – Sciacca, alle fognature di Petrosino e alla galleria paramassi di Sclafani Bagni ,ai lavori di ricostruzione nel Belice e anche alla Diga Garcia. E’  quello di Angelo Siino, il ” ministro dei lavori pubblici” della mafia di Corleone che gestiva gli affari dei corleonesi e delle cosche alleate trapanesi.Il “metodo Siino”, era  quello che cercava di accontentare  tutti : dirigenti pubblici, impiegati , politici, mafiosi locali e anche professionisti . La sua arma le tangenti. Una specie di corruzione mirata a mettere tutti in linea con solo obiettivo: i soldi. Il giornalista Francese scrisse molto di Siino. E’ dimostrato da atti giudiziari che questo strano “ministro” del malaffare, oltre ad essere accreditato negli uffici di palazzo, frequentava liberamente anche mafiosi di vario calibro. Non si è mai capito se è Riina che lo chiama per entrare nel grosso giro degli appalto o è Lui che si rivolge alla mafia per protezione. In ogni caso, Siino è come l’olio per il motore. Troverà sempre una soluzione per far soldi e non fare inceppare il meccanismo. A Castelvetrano, entra nelle simpatie di di Don Ciccio Messina Denaro . Il vecchio padrino gli darà un passaporto speciale per giare tranquillamente nelle stanze del comune e negli studi professionali che servivano per appalti e affari. Negli anni 80 nel Belice girano soldi a palate. Il metodo Siino era molto appetibile. I soliti furbi che spesso sfuggono alla Giustizia, si fecero avanti per offrire le loro prestazioni e  incassare

Fonte: documenti e archivi 

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