Giustizia all’ italiana: nove anni da indagato: si erano scordati il fascicolo

L’imprenditore reo confesso ma mai processato: il fascicolo rimasto fermo senza motivo
«Lo Stato pretende dai cittadini il rispetto di leggi e scadenze. Allora perché proprio lo Stato dovrebbe togliersi l’incombenza di una scadenza così importante, come quella di arrivare ad una condanna o ad un’assoluzione definitiva in tempi certi?». Il senso della protesta dei penalisti contro il blocco della prescrizione si potrebbe riassumere così, con storie come quella di Giovanni, piccolo imprenditore di Monza indagato, nel 2005, per una vicenda di fatture false. Un reato realmente commesso dall’uomo, che in un momento di difficoltà decide di violare la legge per salvare la propria attività. E che confessa tutto alla Guardia di Finanza. Ma a impedirgli di pagare il proprio debito con la giustizia, paradossalmente, è proprio la Procura, che decide di portarlo a processo solo nove anni dopo aver commesso il reato, quando ormai è prescritto.

Tutto comincia 14 anni fa, racconta l’avvocato Valentina Manchisi nel corso della maratona oratoria in piazza Cavour, quando le Fiamme Gialle effettuano un controllo nella bottega artigiana dell’uomo, scoprendo venti fatture emesse per operazioni inesistenti. Le indagini vanno avanti velocemente, con due accessi da parte della Finanza. Giovanni ammette subito tutto, racconta al Dubbio Manchisi, e così le indagini si chiudono a stretto giro, con una sintesi della documentazione raccolta contenuta in una relazione comprensiva dei verbali con le confessioni di Giovanni. Una relazione subito consegnata al sostituto procuratore titolare delle indagini, che iscrive così l’uomo sul registro degli indagati. «Da quel momento in poi – spiega Manchisi – non viene effettuato più alcun accertamento, come verificato personalmente analizzando il fascicolo». Passano anni e nessuno bussa più alla porta di Giovanni, che decide di chiudere per sempre con le fatture false. Tutto sembra esser finito lì, ma nel 2013 l’uomo riceve la notifica della citazione diretta a giudizio, con prima udienza fissata nel 2014. Ovvero nove anni dopo il fatto.

«È in quel momento che conosco Giovanni – spiega ancora l’avvocato -. Lo rassicuro: nel 2005 la normativa per quel tipo di reati prevedeva un tempo di prescrizione di sette anni e mezzo, già passati, dunque». Nel corso della prima udienza, Manchisi chiede così in via preliminare il proscioglimento, ma il pm si oppone, tirando in ballo la riforma del 2011 che ha allungato i tempi di prescrizione di un terzo. «A quel punto ricordo il principio del favor rei, citando l’articolo 2 del codice penale sulla successione delle leggi nel tempo», spiega il legale. Il pm non ci sta, si alza e porta il fascicolo sullo scranno del giudice. Che però se la prende con il magistrato, facendogli notare che «non è colpa né del giudice, che poi si ritrova a dover fare i processi di corsa, né dell’avvocato, che deve ricordare un istituto di diritto, né dell’imputato, che ha poi il diritto vero sulla propria pelle, se la Procura tiene per anni in un cassetto un fascicolo».

Per Manchisi, dunque, questo caso spiega proprio il punto ignorato dalla riforma Bonafede: «spesso i reati si prescrivono perché i fascicoli rimangono fermi in Procura e non per colpa degli avvocati». L’obiezione è ovvia: Giovanni, alla fine, non ha pagato il suo debito con la giustizia, proprio grazie alla prescrizione. Ma lo Stato, replica l’avvocato, deve rispettare le leggi e le scadenze tanto quanto il cittadino. «La prescrizione è nata durante il fascismo e se addirittura in un periodo del genere è stato creato comunque un istituto che va a punire lo Stato, all’epoca preponderante, quando non risulta efficiente allora la cosa dovrebbe farci riflettere – aggiunge -. Peraltro, il sottotesto di questa riforma è che senza prescrizione si arriva a condanna certa. Ma il processo serve ad accertare la colpevolezza o l’innocenza, non a condannare a prescindere. Il principio di non colpevolezza vige sempre». Senza dimenticare le numerose condanne inflitte all’Italia dalla Cedu per aver violato il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. «Ora – conclude – aumenteranno i casi che ci porteranno ad una condanna e al pagamento di sanzioni. Tutto grazie a questa riforma».

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