Castelvetrano come Suburra: storia di un fallimento annunciato

 

 

Castelvetrano, la mafia, la borghesia , la politica  e grandi affari  loschi rimasti  inmpuniti

Dopo tutto quello che si è detto e scritto su questa città manca solo il colpo di scena.

Ci sono tutti gli ingredienti per scrivere un romanzo alla Saviano.
La storia, però, senza giustizia e verità diventa fotoromanzo.

Anche se i commissari riusciranno ad evitare il fallimento( cosa molto difficile) come si fa a accettare passivamente un debito che potrebbe superare i 32 milioni di Euro?

L’economia di Castelvetrano che, di certo, non è dissimile ad altri modelli imprenditoriali del sud , non si è basata  sullo studio del mercato, sul posizionamento e sulla ricerca. Il modello economico di Castelvetrano negli ultimi 50 anni ha spinto gli imprenditori a  cercare solo affari convenienti e che portassero tanti soldi nelle casse di pochi 

Un sistema dove, l’alta borghesia, la mafia  di medio e alto livello e i pochi politici affidabili  per loro e che garantivano il controllo della burocrazia si sono spartiti torte di svariati milioni di euro in modo tale da non farsi scoprire oppure, sapevano che nessuno avrebbe mai indagato

Nascondere questo sistema  o fare finta che non sia mai esistito è solo omertà. Oggi è il momento che ogni castelvetranese sappia la verità e chi ha responsabilità paghi.

Il comune di Castelvetrano è sull’orlo del dissesto e comunque ha un debito di oltre 32 milioni di Euro da smaltire

Se lo scioglimento del comune per mafia rimarrà solo una operazioni mediatica con la sola  “crocefissione” di Felice Errante e del suo periodo amministrativo post PD e Pompeo si darà ragione a chi la mafia non la vuole combattere e a chi fa antimafia affinché la mafia resti.

Lo Stato sarà credibile se assicurerà alle patrie galere  tutti i veri responsabili di anni legati a cattiva amministrazione , di affari sporchi e intrisi di mafia d’alto borgo che hanno portato il paese alla miseria.

Una delle cose strane di questo comune inizia con il quartiere Belvedere. Gli anziani lo ricordano come luogo di discarica di rifiuti prima del terremoto. Dopo il sisma del Belice, quella zona venne tutta ricoperta e in superficie venne costruita  addirittura  una barracopoli con soldi dello Stato e di donazioni europee.  Tutto venne coperto: gli affari e la munnizza . Il comune addirittura autorizzò la costruzione di case popolari e di cooperative edili in quella zona a forte inquinamento ambientale.  Tutto questo è stato casuale? Chi ci crede farà la fine di Pinocchio.

Le enormi aree del quartiere Belvedere di Castelvetrano avevano un proprietario: Giuseppe Di Stefano.  Il nobile  Di Stefano meglio conosciuto, nella Valle del Belice, come il potente e stra ricco Barone  Sciacca che amava riunirsi con i potenti mafiosi italo americani. Di Stefano sulla cui origine aristocratica si sa poco viene  condannato dalla mafia  di Castelvetrano al confino in una stanza dell’hotel delle Palme. E per anni non metterà più piede a Castelvetrano e affiderà i suoi interessi a gente fidata che lo sapranno bene rappresentare. Di Stefano di “coglioni” non ne cercava.Anzi, li vulia sperti e furbi 

Il barone è entrato nel 1946, nella stanza 204 dell’hotel di Palermo che era considerata una dependance della Cia americana

Il barone non era uno qualunque e nonostante lo sgarro non fu ucciso. Don Pippino Rizzo lo aiutò

Nel lungo percorso di residenza obbligata, il suo enorme patrimonio e relativi interessi furono amministrate da alcuni avvocati di Castelvetrano. Negli anni 80, il brillante  Giuseppe Bongiorno  giovane  avvocato emergente che negli anni 80 fu anche consigliere comunale del MSI e  presidente del Circolo della Gioventù.  Bongiorno  , dotato di ottima oratoria ,entra nelle grazie del barone e diventa suo curatore per 10 anni. Smetterà nel 1993 quando viene eletto sindaco . Successivamente, ad occuparsi del Barone durante i suoi ultimi anni fu invece l’avvocato Giovanni Messina, riconosciuto in tempo come figlio ed unico erede di tutte le sue sostanze.

E  l’avvocato Messina Di Stefano  non contento dei grandi guadagni che il barone fece per gli espropri del Belvedere che erano stati pure gestiti male dalla burocrazia comunale non ci pensa un attimo e  fa scattare la diffida per un contenzioso milionario che il comune regolarmente perderà e che sta ancora pagando

Il comune , dunque, sta pagando due volte un terreno che nel sottosuolo ha chissà quante cave di rifiuti  .Su questo argomento ci sono state decine di lettere del comitato di quartiere e articoli di giornali e nessun fascicolo aperto dai PM

Non è bastato neanche un servizio eccellente fatto da un ex bloggher, oggi giornalista, nel 2012 e  ritenuto vicino agli ambienti della Procura . Altri giornalisti , meno bravi ,  non schierati ,già nel 2007 avevano denunciato con foto certe vergogne del Belvedere e l’allora comandante della polizia Municipale Marcello Caradonna ne prese atto e inviò molte carte alla Procura che, di fatto, non fece nulla

Soldi e mafia , soldi e politica  costituiscono quindi la vera identità di molti affari  della storia recente  castelvetranese. “Mutu cu sapi lu iocu

Già, perché pare proprio che la prigione dorata del barone non fosse stata poi così coercitiva.

Diversamente, non avrebbe potuto portare i fiori sulla tomba dei suoi genitori, il 2 novembre. Per molti anni, infatti, una macchina veniva a prenderlo a Palermo alle due di notte per portarlo al cimitero di Castelvetrano. Ad attenderlo c’era il custode che, dopo aver fatto “gli onori di casa”, a fine visita richiudeva il catenaccio del cancello e la macchina ripartiva per Palermo. Alle cinque, il barone era già nel lusso ovattato della sua stanza all’Hotel delle Palme.

Una prigionia molto flessibile, al punto da permettergli negli anni ’70, diversi viaggi a Napoli per assistere alle opere liriche, sua grande passione. E di trasferirsi, in agosto a Villa Igiea, lussuoso hotel con vista mare, concedendosi addirittura una passeggiata nei dintorni, dopo pranzo.

Di Stefano era molto amico dei De Simone e dei Taormina. I Desimone erano stretti con Messina Denaro padre

Con  Giacinto De Simone (detto Jim), titolare con i suoi fratelli di una grande industria vinicola a ridosso della stazione ferroviaria di Castelvetrano, negli anni ’50,  formeranno insieme  una società che si occuperà solo dell’acquisto del vecchio fabbricato delle carceri di via Vittorio Emanuele. Dopo averle demolite e aver venduto l’area al Banco Di Sicilia, la società si scioglierà con una montagna di soldi guadagnati. Hanno distrutto senza pietà un angolo storico della città.

Con l’accordo siglato con  la politica del tempo,  fecero abbattere un pezzo della storia di Castelvetrano senza nessun scrupolo urbanistico. Di questi scempi , in quel periodo ne avvennero numerosi

Ma i terreni del barone erano  molto più estesi rispetto a quella porzione del  Belvedere
Inizia l’era del grande accordo urbanistico tra diverse famiglie di Castelvetrano

L’idea del Barone che con il Belvedere fece soldi con terreni dette “SCIARE” dove non cresceva neanche l’erba  fece “spirtire” pure altri ricchi possidenti e di conseguenza la guardiania mafiosa .Altre aree con terreni che valevano nulla, grazie alle lottizzazioni  concesse dalla politica fecero diventare edificabili centinaia di ettari di terreno e portando il paese fino a confinare quasi con Santa Ninfa

Gli antichi progettavano le loro città verso il mare. A Castelvetrano invece,  stranamente ,negli anni 90 decisero il contrario.

La città si sviluppava verso l’interno con le grandi lottizzazioni che hanno generato danni urbanistici incalcolabili.

Addirittura, un’ amministrazione comunale recente, per giustificare certe scelte di espansione urbanistica, scrisse nelle relazioni che Castelvetrano, nel giro di pochi anni , doveva registrare un aumento della popolazione fino a 80 mila abitanti. Chissà cosa si sarà fumato questo sindaco e i suoi amici che gestivano la cosa pubblica negli anni 2000. 

Le “scelte”, supportate da sonore minchiate invece , hanno consentito a “potenti” di questa città di fare grandi soldi con l’Ok di politici, mafiosi e burocrati. 

Anche l’acquisto o il non acquisto di grandi immobili di questo comune fa aprire una discussione critica

Che senso ha avuto , ad esempio,  non aver comprato la parte mancante di Palazzo Pignatelli, lasciandola nelle mani di  Gianfranco Becchina , per poi indebitarsi per comprare una parte della vecchia Saica , lasciando il meglio alla CELI di Santa Ninfa? I misteri  sono tanti e continuano. Adesso il,comune è al fallimento e i cittadini chiedono di spere i responsabili. La storia non può finire cosi. 26 anni di latitanza del farabutto Messina Denaro e 32 milioni di Euro di debiti fatti da chi ha amministrato negli ultimi 10 anni hanno massacrato questa comunità. Non può finire a tarallucci e vino . Per i potenti di questa città la colpa è sempre degli altri

Tutto si faceva e tutto si autorizzava tanto, i PM,  anni fa avevano la testa ad altro

 

Fonte: documenti, Blog web

Salvo Serra

Il Circolaccio

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