Il figlio di Binnu Provenzano : Provenzano junior: “Priebke ai domiciliari dopo aver ucciso 350 persone, mio padre al 41 bis fino alla morte” „Priebke ai domiciliari dopo aver ucciso 350 persone, mio padre al 41 bis fino alla morte”“

Provenzano junior: “Priebke ai domiciliari dopo aver ucciso 350 persone, mio padre al 41 bis fino alla morte”
A parlare in un’intervista esclusiva all’Adnkronos è il figlio maggiore di Binnu: “Non voglio parlare di Di Maio a Corleone, non voglio parlare di elezioni. Dico solo che  non andrò a votare”“

 

Provenzano junior: “Priebke ai domiciliari dopo aver ucciso 350 persone, mio padre al 41 bis fino alla morte”

Se la legge è uguale per tutti perché a Erich Priebke, condannato all’ergastolo per l’uccisione di 350 persone, è stato concesso di morire agli arresti domiciliari, mentre a mio padre è stato applicato il 41 bis fino alla morte?”. A parlare in un’intervista esclusiva all’Adnkronos è Angelo Provenzano, figlio maggiore di Bernardo Provenzano.  “Non voglio parlare di Di Maio a Corleone. Non voglio  parlare di elezioni. Dico solo che domenica non andrò a votare, non voto da molti anni. Perché non appena manifesto un mio parere viene sempre strumentalizzato. Perché nel nome del diritto di cronaca devo fare ‘notizia’. E sono stanco. Io sono incensurato, non ho mai avuto  problemi con la giustizia. Eppure vivo con un ‘marchio’ a fuoco sulla  mia pelle”. Angelo Provenzano è il figlio maggiore di Bernardo  Provenzano. Vive a Corleone con il fratello Francesco Paolo, laureato in lingue e lettere moderne, e la madre, Saveria Palazzolo.      

“Dopo sedici anni di ‘latitanza’ quando siamo tornati a Corleone con  la mia famiglia – dice in una intervista esclusiva rilasciata  all’Adnkronos – volevo vivere una vita normale. Ma non è stato  possibile, perché la stampa mi ha reso ‘anormale’. In ogni mio  movimento. Io voglio solo essere lasciato in pace, non chiedo altro.  Volevo insomma la normalità e non ce l’ho neppure dopo la morte di mio padre”.

Angelo Provenzano, che collabora con un tour operator americano (“ma  non faccio alcun tour della mafia”, tiene a precisare con forza),  chiede, anzi “pretende” di “essere considerato un cittadino come tutti gli altri”. E sottolinea: “Un cittadino con la fedina penale, linda,  pulita”. E aggiunge: “Si fanno ogni anno le commemorazioni per la  Shoah, oppure la Giornata contro le discriminazioni razziali. Ecco,  anche questa è discriminazione. Esattamente quanto le altre. Perché,  pur non avendo mai commesso un reato, è sempre presente il sospetto in virtù di mio padre. E’ una vita difficile. E questo mi fa stare male”. Angelo Provenzano è una persona molto discreta, non ama farsi  intervistare, non ama farsi fotografare o apparire in generale.  “Voglio solo vivere una vita normale – ripete come un mantra -. Ma è  impossibile”.

Proprio di recente la Cedu, la Corte europea dei diritti  umani ha condannato l’Italia perché decise di continuare ad applicare  il regime duro carcerario del 41bis a Bernardo Provenzano, dal 23  marzo 2016 alla morte del boss mafioso, avvenuta 4 mesi dopo. Secondo  i giudici, il ministero della Giustizia italiano ha violato il diritto di Provenzano a non essere sottoposto a trattamenti inumani e  degradanti. Allo stesso tempo la Corte di Strasburgo ha affermato che  la decisione di continuare la detenzione di Provenzano non ha leso i  suoi diritti.

Provenzano morì il 13 luglio 2016 mentre era detenuto al regime di 41  bis nell’ospedale San Paolo di Milano. Il decesso arrivò dopo un lungo periodo di malattia e numerose polemiche sulle sue condizioni di  detenzione. Prima della morte i medici gli avevano diagnosticato un  grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare  parole di senso compiuto, eloquio assolutamente incomprensibile,  quadro neurologico in progressivo, anche se lento, peggioramento.

Nelle loro conclusioni i medici dichiaravano il paziente  “incompatibile con il regime carcerario”, aggiungendo che  “l’assistenza che gli serve è garantita solo in una struttura  sanitaria di lungodegenza”. Di parere diverso i provvedimenti del  ministero della Giustizia, che si fondavano sui pareri della direzione distrettuale antimafia di Palermo e della direzione nazionale  antimafia.

“Io mi sono rivolto alla Cedu con il legale di famiglia, l’avvocato  Rosalba Di Gregorio – racconta Provenzano – non per un desiderio di  vendetta o richiesta di pietà, ma per chiedere l’applicazione di un  diritto che è stato negato a mio padre. A cui non è stato permesso di  morire in un regime diverso dal 41 bis.  E ancora sulla Cedu: “Se l’Italia non è d’accordo con questa sentenza  facesse appello – dice Angelo Provenzano – é previsto dalla legge. C’è un altro grado di processo”. E tiene a sottolineare di non avere “mai  pensato a un risarcimento di denaro”, perché “non è quello che mi  interessava – spiega – Io volevo solo giustizia. Perché negli ultimi  anni mio padre non era più in grado di capire ciò che gli succedeva,  era gravemente malato. Eppure è rimasto al 41 bis, al carcere duro”.  “Ci sono state molte polemiche ma io ho semplicemente rimesso ad una  autorità competente il dubbio sul trattamento ricevuto da mio padre.  E, quindi, non ho mai pensato a un risarcimento di denaro”,  sottolinea.

E il legale di famiglia, l’avvocato Rosalba Di Gregorio,  ricorda quella volta in cui lo andò a trovare a Parma per fargli  firmare dei documenti e lo trovò con un grave deficit cognitivo. Successivamente lo trovò con le sbarre al letto. “Come se potesse  scappare…”, dice lei. “Era una persona che ormai non riusciva pià a  riconoscere neppure i suoi cari”. “Noi non abbiamo mai fatto istanza  di scarcerazione – dice Angelo Provenzano – ma volevamo solo una detenzione più adeguata per la sua gravissima malattia”.

“Noi chiedevamo una modifica della misura detentiva – sottolinea  l’avvocato che ha seguito Provenzano per molti anni, fino alla sua  morte – In quelle condizioni di salute era impossibile restare ancora  al 41 bis. Eppure ci hanno rigettato tutte le richieste. E ora la Cedu ci ha dato ragione”.

“Sono arrabbiato – dice ancora Provenzano – perché è giusto fare  espiare una pena se hai una condanna ma se sei in grado di espiarla  quella pena. Mio padre non era più lui da anni. Non ci riconosceva  più, non camminava più. Che senso ha questo accanimento?…”.  “L’Italia ha sbagliato”, aggiunge, “ed è giusto che la Cedu abbia  censurato il comportamento dell’Italia”.

(Fonte: Adnkronos)

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