{"id":95017,"date":"2025-05-02T22:35:26","date_gmt":"2025-05-02T20:35:26","guid":{"rendered":"https:\/\/ilcircolaccio.it\/?p=95017"},"modified":"2025-05-02T22:35:26","modified_gmt":"2025-05-02T20:35:26","slug":"frontiere-culturali-da-alfonso-vi-di-castiglia-a-federico-ii-di-svevia-e-le-eversioni-del-xiii-secolo-intervista-allo-storico-carlo-ruta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilcircolaccio.it\/?p=95017","title":{"rendered":"Frontiere culturali da Alfonso VI di Castiglia  a Federico II di Svevia e le eversioni del XIII secolo. Intervista allo storico Carlo Ruta"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\">A cura di Michael Mocci<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">Direttore della rivista \u00abSacrum et Polis\u00bb<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In occasione della recente uscita dell\u2019ultimo libro<a href=\"https:\/\/webmail.mailserver.it\/SOGo\/so\/redazione@ilcircolaccio.it\/Mail\/view#_edn1\" name=\"_ednref1\">*<\/a> del prof. Carlo Ruta, dedicato ai rapporti e alle relazioni tra popoli, culture, etnie e religioni differenti nel Mediterraneo del XIII secolo, abbiamo intervistato l\u2019autore del volume per comprendere come tra passato e presente si possano cercare dei modelli di cooperazione e confronto che possano essere da esempio in un\u2019epoca in cui le polarizzazioni identitarie assumono sempre pi\u00f9 le forme di una incomprensibile ostilit\u00e0.<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p><em>Quali aspetti della vita comunitaria di ebrei, cristiani e musulmani nella Sicilia medievale approfondisce il suo libro?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il titolo del saggio \u00e8 in realt\u00e0 sintetico, perch\u00e9 esamino diversi modelli, da prospettive complesse che vedono la Sicilia entrare in campo nelle dinamiche interculturali un po\u2019 dopo e un po\u2019 alla volta. Il primo modello \u00e8 quello del Sud peninsulare italiano, dalle aree campane a quelle calabre, allo snodo dell\u2019XI secolo, quando si era sedimentata da tempo una situazione politico-militare e civile di forte saturazione, che faceva convivere a contatto di gomito ma in modo problematico popolazioni di varia provenienza etnica. Le componenti pi\u00f9 importanti erano greche, longobarde e quelle latine, entro cui progredivano di molto in quel secolo le aree franco-normanne. Non erano indifferenti le presenze ebraiche, timorose per reazione ma aperte agli scambi, mentre discreta ma influente era la presenza musulmana, poich\u00e9 in diverse aree costiere, tirrene e adriatiche, come Bari, Taranto, Reggio e lungo la Campania e il basso Lazio, erano andati formandosi insediamenti saraceni di provenienza per lo pi\u00f9 nordafricana, prima aghlabide e poi fatimide, che sedimentavano costumi, linguaggi e saperi. Ne derivava di fatto un <em>sistema<\/em> plurale, aperto e transitivo, in cui la conflittualit\u00e0 spesso elevata riusciva a combinarsi con scambi economici e militari, contagi e relazioni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Quali ne furono i risultati?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Uno degli effetti pi\u00f9 importanti, il primo in Europa tra l\u2019XI e il XII secolo, fu il progresso dei saperi e dell\u2019istruzione medica, delle tecniche chirurgiche e della farmacopea, che da Salerno divennero un modello su scala continentale, con una forte impronta interculturale. E centrale fu in quel contesto l\u2019apporto scientifico del maghrebino Costantino l\u2019Africano, arabofono e cristiano che, nel triplice ruolo di studioso, commentatore e traduttore dall\u2019arabo al latino, permise la circolazione in Europa della medicina di altre aree etniche, soprattutto arabofone, tra cui quella del cristiano d\u2019Oriente \u1e24unayn ibn Is\u1e25\u0101q e di quella del giudaico Isaac Israeli. Ancora in una chiave interculturale, un esito emblematico proveniva inoltre dagli slanci tecnologici e dallo spirito commerciale di Amalfi, citt\u00e0 marinara di forte vocazione autonomistica che, tanto pi\u00f9 dopo la conquista della propria indipendenza, interag\u00ec molto con le tradizioni tecnologiche arabe e usc\u00ec per tanti versi dagli schemi egemonici seccamente coloniali che ispiravano altre fiorenti citt\u00e0 di mare d\u2019Italia come Venezia, Genova e Pisa. Trovatasi poi assorbita dal <em>Regnum<\/em> normanno, la citt\u00e0 campana avrebbe ridotto man mano la sua corsa, tanto pi\u00f9 dopo il XIII secolo, ma lasciava eredit\u00e0 importanti, soprattutto sui terreni delle manualit\u00e0, delle competenze nautiche e dell\u2019esperienza interetnica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>In quegli sviluppi come si pose la resistenza materiale e culturale di Costantinopoli?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ebbe in realt\u00e0 un peso considerevole. Tra l\u2019XI secolo e il successivo, Costantinopoli continuava ad occupare, malgrado alcune erosioni territoriali e i conflitti, un ruolo di primissimo piano nel Mediterraneo. Rimaneva un grande crocevia di traffici multietnici e uno dei maggiori centri di confluenza e irradiazione di beni materiali, tecnologie e, attraverso Antiochia, di prodotti intellettuali, soprattutto antichi e tardo-antichi. Con le proprie risorse monetarie, che reggevano sulla forza del <em>solidus<\/em> aureo, per volume di scambi insidiato solo dal <em>d\u012bn\u0101r<\/em> abbaside e fatimide, l\u2019impero di Bisanzio costituiva perci\u00f2 una sponda di rilievo esistenziale per l\u2019Europa che cominciava a uscire da lunghi periodi di stagnazione. Il contatto con i Romani d\u2019Oriente, malgrado le tensioni correnti, era nodale per citt\u00e0 d\u2019Italia come Venezia, Genova e Pisa, che progredivano appunto con forti ambizioni e conquiste coloniali, oltre che per Marsiglia, che proprio allora superava secoli di decadenza. Quella sponda orientale era irrinunciabile inoltre per le maggiori citt\u00e0 del Mezzogiorno d\u2019Italia, come Amalfi appunto, Napoli, Salerno e Bari, che malgrado le rivolte e le punizioni che ne derivavano per loro in epoca normanna restavano attive, e come Gaeta che, occupata da Ruggero II nel 1140 e porta d\u2019ingresso del <em>Regnum<\/em> degli Altavilla, riusciva a conservare, con privilegi su misura, ampi margini di autonomia commerciale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Quale quadro generale emerge allora dalla sua ricerca e cosa accadeva intanto su altri piani? <\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>L\u2019orizzonte era senz\u2019altro quello di un\u2019Europa in fermento, che dalle sue prospettive di terra e di mare si muoveva in modi diversi, con forti motivazioni allo scontro ma anche, per necessit\u00e0, alla ricerca di vie di confluenza e coesione. Come prima rilevato, la progressione interculturale, che era tecnologica e scientifica in prima istanza, non investiva infatti solo il Sud dell\u2019Italia, trovando punti di coagulo in diversi paesi del \u00abquadrante\u00bb mediterraneo. Dai dati contestuali, per quanto difficili da esplorare, emerge il formarsi una fenomenologia originale, una sorta di \u00abfrontiera\u00bb che presentava due livelli: una faglia di interessi egemonici che tendevano appunto a cozzare, pi\u00f9 o meno rumorosamente, e un\u2019area <em>franca<\/em> di relazioni che, a fronte degli squilibri sedimentatisi nel tempo, tendeva a bilanciare di fatto i progressi, notevolissimi, dell\u2019ecumene islamico in diversi campi, economici, costruttivi e scientifici in particolare, attraverso confronti, contatti e assimilazioni. Nell\u2019Europa mediterranea, erompeva infatti nel segno dell\u2019interculturalit\u00e0 un\u2019altra esperienza paradigmatica: quella iberica del XII secolo, in particolare nella Castiglia cristiana, dove aveva regnato per circa 37 anni, dal 1072 al 1109, Alfonso VI, che dopo l\u2019assorbimento di Toledo nel 1085 si era proclamato sovrano delle \u00abdue religioni\u00bb. Il fenomeno culturale pi\u00f9 eruttivo arriv\u00f2 qualche decennio dopo la scomparsa del regnante, con la formazione, proprio a Toledo, di centri di traduzione, soprattutto dall\u2019arabo al latino, che, su impulso di prelati colti come Domingo Gundisalvo e Raimundo de Sauvedat e con il contributo di numerosi eruditi europei, tra cui il monaco Gerardo da Cremona, e presenze di altre aree etniche, riuscivano a ricomporre su basi pi\u00f9 ampie l\u2019Europa delle idee e delle conoscenze.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Ruggero II di Altavilla dava avvio intanto a proprie progettazioni culturali. Ravvisa un nesso con quanto ha esposto finora?\u00a0 <\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Certo. Anche l\u2019isola di Sicilia, capoluogo ufficiale di un regno che si estendeva fino alla Campania, ossia ai confini dello Stato della Chiesa, entrava nel travaglio intellettuale del XII secolo, con l\u2019approntamento di un ulteriore modello che, dopo un lungo periodo di separatezza, difficile da spiegare in poche parole, presentava aspetti originali e, nondimeno, risvolti sociali di segno contraddittorio. In sintesi estrema si pu\u00f2 dire che l\u2019isola durante le fasi aghlabide, fatimide e l\u2019appendice kalbita era rimasta cristallizzata dal coesistere di due tradizionalismi rigidi: quello musulmano incentrato su scienze giuridiche e linguistiche coraniche, come quelle malikite, espressione di un Islam austero e tetragono, e il tradizionalismo delle minoranze basiliane presenti nella Sicilia emirale, \u00abseparate\u00bb da quelle peninsulari perch\u00e9 legate, a loro volta rigidamente, all\u2019ortodossia greca. Le relazioni tra le due aree etniche, pur presenti nel quotidiano delle societ\u00e0 urbane, sul terreno culturale erano quindi estremamente difficili. I monasteri che resistevano nell\u2019isola, anche quando di spessa tradizione, come quello di S. Filippo di Agira, vivevano infatti una condizione di isolamento e di rarefazione. Dopo la conquista normanna, e in modo preponderante negli anni di Ruggero II, tutto per\u00f2 mutava perch\u00e9 l\u2019isola entrava a pieno titolo, con una propria cifra e una propria comunicativa, nella \u00abfrontiera\u00bb interculturale prima delineata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Qual \u00e8 la cifra che fece l\u2019originalit\u00e0 della <\/em><em>\u00ab<\/em><em>frontiera<\/em><em>\u00bb<\/em><em> siciliana nel secolo normanno?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I fatti che per originalit\u00e0 pi\u00f9 appaiono rappresentativi di quella esperienza sono essenzialmente due. In campo scientifico fu nodale il progetto dirigistico-culturale di Ruggero II che, per scopi egemonici, culmin\u00f2 con la geografia e la mappatura della Terra ad opera di al-Idr\u012bs\u012b, che avrebbe fatto testo per secoli proprio nell\u2019Europa latina. Fu notevole poi l\u2019impiego che i re normanni fecero delle arti urbanistico-costruttive, architettoniche, plastiche, decorative e pittoriche per la celebrazione del <em>Regnum<\/em> nell\u2019orizzonte dei grandi sistemi europei e mediterranei: ancora con forti connessioni ed effetti interculturali. Rimarchevoli furono ancora, negli anni di Guglielmo I, le opere di commento e traduzione di Enrico Aristippo e di altri intellettuali di corte, che se da un lato rimarcano una assonanza culturale con quanto si propagava dalla Castiglia di quegli anni, dall\u2019altro, con le loro traduzioni dal greco al latino, sottolineano il profilo autonomo di quella esperienza. Nel contesto della frontiera europeo-mediterranea la tela della Sicilia aperta fu tuttavia la prima a smagliarsi, per varie ragioni, non esclusi il regime legale delle ineguaglianze e le ambiguit\u00e0 di un certo clero cortigiano. Ma quel che fece di pi\u00f9 la differenza fu l\u2019entrata in campo, irruenta, di una immigrazione dall\u2019Italia settentrionale di provenienza franco-longobarda che, rinserrata nelle proprie tradizioni di terra, chiuse e radicalmente identitarie, ruppe gli equilibri sottili su cui reggeva il modello degli Altavilla. La storia inscenava veri e propri rovesciamenti di prospettiva che avrebbero portato, circa un secolo dopo la fondazione del regno, alla sparizione materiale dell\u2019Islam siciliano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Cosa ha permesso la convivenza di uomini e donne di fede diversa sotto il regno degli Altavilla? <\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Prima che intervenissero i fenomeni di separazione e di esclusione, culminati con l\u2019attacco fisico, erano intanto le necessit\u00e0 di vita. Appare emblematico quanto si legge nella <em>Rahlat al-Kin<\/em><em>\u0101<\/em><em>n<\/em><em>\u012b<\/em> del viaggiatore andaluso Ibn Giubayr sulle atmosfere al palazzo reale di Palermo durante il terremoto del 1169, quando Guglielmo avrebbe esortato i paggi musulmani di corte ad invocare liberamente il Dio che nella loro intimit\u00e0 adoravano. Naturalmente, erano tante le ragioni che consentivano la comunicazione interetnica, legate all\u2019organizzazione del lavoro nelle attivit\u00e0 agrarie, nelle manifatture e nei mercati, ma erano tanti anche gli impedimenti, messi in opera appunto da <em>\u00e9lites<\/em> politico-religiose che tramavano contro gli Altavilla e, pi\u00f9 ancora, da feudatari in grado di mobilitare, anche militarmente, folte compagini etniche del regno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Alla luce degli scenari tracciati, ritiene che si possa parlare di un XII secolo \u00abrivoluzionario\u00bb?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non proprio. Le rappresentazioni in questo senso, che fanno capo maggiormente agli studi primo-novecenteschi dello statunitense Charles Haskins, sono utili a prescindere perch\u00e9 hanno corroborato il dibattito sull\u2019et\u00e0 di mezzo europea e soprattutto sul XII secolo, mettendo in chiaro aspetti in ombra e rimozioni. Alla luce di tutto non \u00e8 facile identificare per\u00f2, in quella fase, grandi rivolgimenti paradigmatici in campo scientifico e tecnologico, n\u00e9 mutamenti nodali di tipo antropologico e culturale, cio\u00e8 nei modi umani di percepire, rappresentare e trasformare il mondo. Furono gettate bens\u00ec le fondamenta perch\u00e9 eventi di simile spessore potessero avvenire, in modo dirompente, gi\u00e0 a partire dal secolo successivo. Il XII secolo pu\u00f2 essere rappresentato allora come un fecondo viaggio esplorativo, con pensatori che, come Averro\u00e8 e Maimonide, recuperavano prima dei latini il razionalismo aristotelico, e logici come Anselmo d\u2019Aosta e Pietro Abelardo che prefiguravano, anch\u2019essi, scenari e mete possibili.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Perch\u00e9 secondo lei il XIII secolo fu in Europa differente e paradigmatico?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I motivi sono davvero tanti, da numerosi punti di vista. Ma con riferimento ai contesti intellettuali, conoscitivi e formativi che ho privilegiato in questo esame storico, il XIII secolo segnava il compimento di tre grandi rivoluzioni <em>lente<\/em>, partite da molto lontano, tra di loro connesse e con forti venature interculturali. Quelle sovversioni dovevano tantissimo al lavorio della \u00abfrontiera\u00bb mediterranea che si era animata lungo il secolo precedente ma erompevano, in modo complesso, oltre quella fascia di demarcazione e relazione. Si tratta di tre movimenti paralleli e infine convergenti che, sollecitati da secoli di confronto con l\u2019Islam, con Costantinopoli e con i saperi classici, si dipanavano dalle viscere dell\u2019Europa latina.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Quali erano?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il primo, strettamente intellettuale, era legato alle articolazioni del pensiero dialettico e scolastico, che faceva i conti di fatto con il razionalismo arabo-andaluso di matrice aristotelica e con il lavorio logico dei secoli precedenti, per arrivare ad uno snodo decisivo con Duns Scoto, il <em>Doctor subtilis<\/em> della Chiesa, mentre Leonardo Fibonacci, interagendo ancora con i saperi arabi, innovava la conoscenza dei numeri. Il secondo movimento, di livello organizzativo, era quello che dall\u2019istruzione delle cattedrali proprio in quel secolo portava alla diffusione degli <em>Studia generalia<\/em> in Europa. Il terzo, in connessione forte con gli altri due, era il travaglio che ancora in quel secolo, entro cui si form\u00f2 Dante Alighieri e operarono Federico II e Alfonso X di Castiglia, apriva in diverse aree continentali, dall\u2019Italia alla Francia, dalla Castiglia al Portogallo, l\u2019intervento colto sugli idiomi popolari per la costruzione di lingue letterarie pi\u00f9 vicine ai bisogni comunicativi del tempo. Solo allora si apriva quindi una fase di mutamenti paradigmatici, che interagiva di fatto con la \u00abfrontiera\u00bb ispanico-castigliana, con gli slanci artistici franco-provenzali e con i travagli linguistici e poetici che in Italia progredivano man mano dal <em>Regnum<\/em> svevo federiciano alla Toscana dello Stilnovo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Un\u2019ultima domanda: cosa apport\u00f2 Federico II a quel triplice movimento, rivoluzionario, che lei ha sottolineato?<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019imperatore svevo era tante cose insieme, incarnando le contraddizioni e le tensioni del suo secolo fino al paradosso. Quel che pi\u00f9 ne fa la diversit\u00e0 nel novero nelle condotte regie e imperiali di quel tempo \u00e8 comunque la sua determinazione a violare regole, a scardinare sistemi consolidati, a rompere frontiere di separazione, come dimostra tra l\u2019altro l\u2019esito della \u00abcrociata\u00bb che avrebbe dovuto combattere intorno al 1229 contro il sultano d\u2019Egitto e di Siria Al-Malik\u00a0al-K\u0101mil. Tutto si risolse in realt\u00e0, prima ancora che cominciasse il conflitto, in una pace che fece infuriare il pontefice Gregorio IX, malgrado si basasse su un accordo decennale che prevedeva tra l\u2019altro la smilitarizzazione e l\u2019agibilit\u00e0 di Gerusalemme per tutte le religioni. Nel confluire di quelle rivoluzioni lente, che in quel secolo producevano appunto una riorganizzazione radicale degli studi superiori, transitata infine a pi\u00e8 pari nella modernit\u00e0, un riordino essenziale dei saperi, che avrebbe fornito appigli e motivi per svolte metodologiche ancora lontane, e la formazione consapevole di lingue che si sarebbero riversate anch\u2019esse nei tragitti della modernit\u00e0, Federico non si trov\u00f2 disorientato, agendo quando pot\u00e9 addirittura d\u2019anticipo. Ed \u00e8 quel che avvenne, in modo particolare, sul terreno linguistico-letterario, prima ancora che si accendesse lo Stilnovo toscano di Cavalcanti e Guinizzelli, con la formazione di un movimento che, con punti di riferimento nell\u2019intera penisola, interagiva con l\u2019Europa del tempo e con i bisogni culturali e comunicativi emergenti. Era una intellettualit\u00e0 letteraria polimorfa, fatta di funzionari di corte, militari, giuristi, notari, eruditi e pensatori in grado fare i conti con le \u00abfrontiere\u00bb culturali che percorrevano l\u2019epoca. In definitiva, al di l\u00e0 delle problematicit\u00e0 di un regnante che, confidando fino in fondo nel proprio primato, concep\u00ec un esercizio anche radicale della propria potestas imperiale e, con uno sguardo all\u2019oggi, al di l\u00e0 delle storiografie riducenti e delle inclinazioni libellistiche che in alcune aree europee ancora insistono, non si pu\u00f2 non prendere atto del peso che il dirigismo culturale federiciano ebbe sugli smottamenti paradigmatici del XIII secolo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em> Carlo Ruta,<\/em> <em>Il leone e il cammello. Cristianit\u00e0 e Islam dagli Altavilla a Federico II di Svevia. Quali relazioni?<\/em><em>, LibriMediterranei7, Palermo, 15 aprile 2025, pp. 144.<\/em><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/ilcircolaccio.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/cop.-Il-leone-e-il-cammello1.jpg\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A cura di Michael Mocci Direttore della rivista \u00abSacrum et Polis\u00bb &nbsp; &nbsp; In occasione della recente uscita<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":95018,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[5],"tags":[],"class_list":["post-95017","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-generale"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.8 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Frontiere culturali da Alfonso VI di Castiglia a Federico II di Svevia e le eversioni del XIII secolo. 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