Il difficile equilibrio tra giustizia e politica

La democrazia, la libertà, il giustizialismo e l’uso politico della giustizia uccidono ogni forma di libertà individuale
Quando si ha paura di protestare, per possibili vendette finisce ogni principio di libertà
La magistratura non dovrebbe essere mai condizionata dalla politica
 I mafiosi hanno fatto affari con tutti i tipi di politici, dimostrando che , più che il colore politico sanno colpire le debolezze umane
Nella visione illuminista della disciplina dei poteri pubblici, il rapporto tra politica e magistratura è quello di un modello di netta separazione. Farsi carico della polis determinando le scelte collettive è cosa diversa dall’applicazione di quelle scelte alle controversie che possono nascere tra i membri di una comunità.
In ogni caso, sono le costituzioni liberali ad affermare chiaramente che la politica deve fare le leggi e la magistratura applicarle: due compiti, chiari e distinti a cui si deve legare la “responsabilità”, che costituisce invece il valore principale per ispirare i comportamenti di tutti gli attori costituzionali in un sistema di legalità democratica.
La regola del diritto è prodotta dalla politica ma è applicata dalla magistratura, ragion per cui, tutte le ipotesi che cercano di eliminare o confinare il ruolo dell’uno o dell’altro potere sono destinate a fallire nella pratica, ad alimentare una violenta conflittualità istituzionale nonché una esasperata sovrapposizione nelle diverse aree di competenza.
E’ opportuno ricordare che la storia del costituzionalismo liberale avvalora la tesi secondo cui, un sistema democratico improntato all’equilibrio tra gli organi istituzionali e ispirato alla rigida separazione tra i poteri dello Stato, conosce al suo interno delle interferenze funzionali del tutto inevitabili, quantunque il bilanciamento tra i poteri stessi rappresenti un baluardo tipico della natura realmente democratica di un Paese.
La reciproca delimitazione delle sfere di attribuzione, il corretto esercizio delle funzioni attribuite a ciascun potere, la difesa delle prerogative degli organi con funzioni apicali a presidio del funzionamento della vita pubblica ed istituzionale costituisce, infatti, una condizione necessaria per garantire che nessuno prevalga sugli altri e che le decisioni pubbliche latu sensu e l’esercizio del potere, siano il frutto effettivamente della convergenza e del bilanciamento tra istanze diverse.
Al fine di “sanare” l’attuale rottura degli equilibri, ripristinando un sistema di relazioni tra i diversi poteri pubblici che possa ritenersi parimenti rispettoso dei principi dello stato di diritto e del principio democratico, non serve soltanto aver approvato la legge  che prevede forme di immunità per i titolari delle più alte cariche politico-rappresentative dello Stato, ma è necessario affrontare il nodo di una organica riforma della magistratura, della sua organizzazione e dell’effettiva garanzia del corretto esercizio delle funzioni giudiziarie, cercando di favorire il dialogo con gli operatori del sistema giudiziario e soprattutto con l’organo di autogoverno della magistratura.
Il deficit di “imparzialità” che progressivamente è venuto a connotare la percezione esterna della figura e del ruolo del magistrato sia requirente sia giudicante poggia su due questioni fondamentali: da un lato, l’apparente “contiguità” di chi svolge ruolo di pubblico ministero con i magistrati giudicanti, la quale finisce per mettere a rischio l’effettiva “parità delle parti” e la “imparzialità e terzietà” del giudice nel processo penale, in contrasto con l’art. 111, c. 2, Cost.; dall’altro, il problema dell’esercizio delle funzioni requirenti in relazione al principio costituzionale della obbligatorietà dell’azione penale, che troppo spesso rischia di apparire come “condizionato” da scelte discrezionali dei singoli magistrati circa i procedimenti da trattare.
Fonte : Il Diritto
Il Circolaccio
Farinata Degli Uberti
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