Castelvetrano: storia di uno scioglimento a scoppio ritardato , arrivato dopo 20 anni di relazioni DIA

 Dalle relazioni della DIA  degli ultimi 20 anni emerge uno spaccato a dir poco allarmante

Legami  della mafia trapanese con la politica e l’imprenditoria

Castelvetrano al centro di grandi affari. 

Centri commerciali, alberghi, grandi opere pubbliche, Legge 488, fonti energetiche alternative (fotovoltaico ed eolico). Gestione rifiuti tramite ATO

Gli anni d’oro per gli affari:  dal 1994 al 2013
LA DIA AVEVA GIA’ messo in evidenza il rischio di complicità tra mafia, burocrazia, politica e imprenditoria. Perchè lo scioglimento di Castelvetrano arriva solo nel 2018? Perchè solo Castelvetrano visto che la DIA parla di reti territoriali?

Tutto inizia negli anni 90

Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l’ex senatore Vincenzo Garraffa[38], nel 1994 Messina Denaro si attivò per fare votare Antonio D’Alì (rampollo della famiglia D’Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Popolo della Libertà, per l’allora nuovo movimento politico “Forza Italia“: infatti alle elezioni politiche del marzo quell’anno D’Alì risultò eletto al Senato con 52.000 voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature[5], mentre nel territorio del mandamento di Messina Denaro (collegio Mazara-Castelvetrano) fu eletto Ludovico Corrao. D’Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno nei Governi Berlusconi II e III fino al 2006[39].

Sinacori dichiarò inoltre che «era risaputo che i D’Alì con i Messina Denaro erano in buoni rapporti, se qualcuno aveva bisogno, poteva andare a chiedere ai Messina Denaro di intercedere»[40]; tuttavia la famiglia D’Alì Staiti si difese dichiarando che licenziarono Messina Denaro dopo aver saputo che si era reso latitante[5]. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Geraci (ex gioielliere e mafioso di Castelvetrano), dichiarò che nel 1992 Antonio D’Alì cedette alcuni suoi terreni nei pressi di Castelvetrano a Messina Denaro, il quale li regalò al boss Salvatore Riina; il prestanome della transazione fu Geraci stesso. Inoltre nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all’epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un’indennità di disoccupazione di quattro milioni di lire attraverso Pietro D’Alì, fratello di Antonio[5]. Nell’ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D’Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani, sempre smentiti pubblicamente dal senatore[41]; il 30 settembre 2013 D’Alì venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994 mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l’accusa avesse chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi di carcere[42].

Nel 2007 venne arrestato l’imprenditore Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati[43]; nel 2011 Grigoli venne condannato a dodici anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli dal valore di 700 milioni di euro.

Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili dal valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all’imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco

[47][48].

Il 12 marzo 2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch’egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro[49]. Nel dicembre 2012 un’indagine coordinata dalla DDA di Palermo e condotta dai Carabinieri portò all’arresto di sei persone, tra cui l’imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolicifra PalermoTrapaniAgrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; inoltre nelle telefonate intercettate dai Carabinieri, Salvatore Angelo si vantava di essere amico di Messina Denaro[50]. Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l’archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese[51

TRAPANI o1-10-2013 Relazione DIA

A Trapani e dintorni l’organizzazione mafiosa conferma una struttura basata, come ad Agrigento, su un modello verticistico che facilita l’assunzione di strategie unitarie. L’articolazione resta invariata in 4 mandamenti: Alcamo(famiglie di Alcamo, Calatafimi e Castellammare del Golfo), Castelvetrano(famiglie di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Salaparuta/Poggioreale, Partanna, Gibellina e Santa Ninfa), Mazara del Vallo (famiglie di Mazara del Vallo, Salemi, Vita e Marsala), Trapani (famiglie di Trapani, Valderice, Custonaci e Paceco). Il rapporto del Viminale sottolinea a Trapani e provincia l’assenza di spazi di competizione interni. La stabilità dell’organizzazione è legata ai fattori organizzativi, ma anche dall’incontrastata leadership di Matteo Messina Denaro, latitante numero uno di Cosa Nostra. L’approvvigionamento delle risorse necessarie al sostentamento dei gruppi criminali e alla loro imposizione sul territorio avviene prevalentemente attraverso le estorsioni agli imprenditori e l’infiltrazione nel settore degli appalti pubblici.

Fonte: vari documenti

Il Circolaccio

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